Gallinari: Nazionale? Niente scuse. Noi eravamo forti, ma lo erano anche gli altri….

Gallinari: Nazionale? Niente scuse. Noi eravamo forti, ma lo erano anche gli altri….

Durante una diretta con Basket Dalla Media il Gallo ha parlato di NBA, Kobe, nazionale e altro ancora....

Danilo Gallinari, ala degli Oklahoma City Thunder e perno della Nazionale italiana, ha partecipato alla diretta condotta da Marco Barzizza sul profilo Instagram di Basket dalla Media. Una chiacchierata sui ricordi: dagli inizi a Pavia fino all’NBA tra gioie e delusioni, amicizie profonde come quella con Peppe Poeta e compagni di altissimo livello come Chris Paul e Milos Teodosic. Un pensiero all’indimenticabile Kobe, ai 61 che vide da vicino al Madison e infine l’Italbasket e quel risultato che non è mai arrivato.

Mancanza dell’Italia?
“Tanta, soprattutto perché non essendo in stagione ed essendo una situazione molto strana mi fa pensare ancora di più, quindi ancora più tosta”.

Che sensazioni hai?
“Devono essere positive: è un momento che dobbiamo passare e passeremo anche se non so quando e non so come sarà la gestione di seconda e terza fase, ma lo passeremo. Per quanto riguarda la stagione: su una possibile ripresa ho sensazioni negative, però non lo so. Ogni giorno mi sveglio sperando di avere qualche notizia dall’NBA ma chiaramente per un po’ non arriveranno”.

Ricordi degli inizi a Pavia?
“Bellissimi, soprattutto a livello umano: se alle elementari ricordo che il 4° anno era stato il più bello, anche alle superiori il 4° anno era stato speciale. Ero passato da Codogno a Pavia, quindi città più grossa, conoscevo tante persone e poi era il mio primo anno in A2, tante cose nuove. Un anno molto intenso. A livello scolastico mi sono trovato molto bene, sento ancora qualcuno”.

Anno quello che è stato l’inizio di una carriera che ti ha portato in NBA.
“Avevo fatto tutto il girone di andata poi per infortunio ho saltato il ritorno, ma sarebbe stato bellissimo se avessi fatto anche quello. Ci siamo giocati i playoff con l’ultimissima partita in casa e magari, se avessi giocato anche il ritorno, li avremmo potuti raggiungere”.

Peppe Poeta dice di te che senza tutti quegli infortuni saresti potuto essere tra i primi europei di sempre in NBA.
“Sono d’accordo con lui (ride, ndr). Gli infortuni sono l’ostacolo più grosso che un atleta deve superare, mi hanno intralciato molto la strada, l’hanno cambiata, ma nonostante tutto sono ancora qua. Ringrazio Peppe per queste belle parole, ne avrei tante anche io per lui con 10 anni di stanze condivise in Nazionale alle spalle. Gli voglio tanto bene, è uno dei miei migliori amici”.

Aneddoto con Peppe…
“Quando era alle superiore, in 3a diventò rappresentate d’istituto, che di solito lo fanno quelli di 5a. La sua campagna aveva un titolo: “Bacia ad occhi chiusi, vota ad occhi aperti”, e così diventò rappresentate d’istituto. Il re della scuola in pratica”.

In Nba ti sono stati a fianco grandi playmaker come Chris Paul, Milos Teodosic, Chauncey Billups. Quanto conta per un giocatore come te avere accanto un play con un certo tipo di visione?
“E’ fondamentale. Riesco ad adattarmi a diversi tipi di playmaker, ne ho visti diversi, però se c’è uno che vede bene il gioco a me semplifica la vita. Avere un giocatore che crea per poi darmi la palla libero da 3 punti e tirare piedi per terra non è facile, ma ad esempio con Chris Paul ci riesco spesso. Lui mi trova sul campo e automaticamente questo mi rende le cose molto più semplici”.

Hai giocato anche con una superstar come Tracy McGrady. Un giocatore del genere, aveva un impatto differente rispetto agli altri all’interno dello spogliatoio?
“Ricordo T-Mac a New York. Era già in parabola discendente però comunque aveva una grande personalità e uno così si sente sempre, soprattutto in campo visto che fuori non parlava molto”.

Ricordo di Kobe?
“Mi ricordo i 61 punti che segnò al Madison Square Garden, il record. Fu una cosa allucinante. Bella anche da vedere dalla panchina in quelle situazione. Bellissimo vedere un giocatore quando entra in ritmo così. Quando ho saputo della sua morte ho cercato di non crederci per qualche giorno, poi quando nella mia testa è diventato realtà è stata tosta, non sapevo come commentare, cosa pensare, senza parole”.

Ti sei fatto un’idea su Nico Mannion?
“L’ho seguito poco il college, anche perché non c’è stata la March Madness. Sarà bello e interessante vederci d’estate e lavorare assieme. Del gruppo dei “nuovi” della nazionale non mi sono ancora fatto un parere preciso perché il test è quando vengono coi veterani in estate. Una volta testati è più facile capire e dire qualcosa a riguardo”.

Tra i grandi che hai incontrato da avversario, cosa ti ha davvero sbalordito?
“E’ spaventoso il dominio fisico che molti di loro hanno. Quando dicono che questi saltano e corrono più della media, è effettivamente così”.

E chi ti ha impressionato di più?
“Oltre a Kobe e LeBron, Kevin Durant perché segna con una facilità e una pulizia di movimento incredibili”.

In questi 14 anni di NBA hai visto un cambiamento nella lega a livello strutturale e nel gioco?
“Strutturalmente è diventata più globale, anche nelle attività che fa in estate extra pallacanestro. In campo il gioco è cambiato. Io sono entrato che ancora si giocava con i due lunghi e noi a New York con Mike D’Antoni giocavano già come si gioca adesso. Oggi i due lunghi non li usa più nessuno. Tutti i centri fanno pick’n roll, sono atletici, schiacciano, sono pochi quelli che prendono palla in post e fanno 1vs1”.

E’ cambiato il modo di allenarti nella ripresa dai vari infortuni?
“E’ cambiato nel senso che ho cominciato a fare esercizi e routine che prima non facevo. C’è un’attenzione al mio corpo maggiore, mi conosco meglio e devo stare molto più attento. Ci sono cose che posso e non posso fare”.

Ti piacerebbe chiudere la carriera giocando con Belinelli e Melli?
“Sarebbe bello giocare in un club insieme o anche in NBA, come lo facciamo d’estate in Nazionale”.

Momento più esaltante della carriera e quello che vorresti dimenticare?
“Ce ne sono stati tanti dalle giovanili in poi, però l’arrivo in NBA è stato pazzesco. Tanto esaltante quanto deludente a causa del primo infortunio alla schiena che mi ha fatto giocare solo 28 partite la prima stagione. Ci sono degli stereotipi legati ai giocatori europei e non farsi vedere subito il primo anno non aiuta; se già la prima stagione fai qualcosa di importante ovviamente la situazione cambia. Qui funziona molto a etichette”.

Parlando di un ragazzo arrivato da poco in NBA ma con già grandi numeri: Doncic ha avuto un impatto devastante.
“Non pensavo dominasse così anche in NBA, invece lo fa. Gioca con grande confidence, non è uno che salta, schiaccia, corre, ma riesce ad andare al suo ritmo, è estremamente tecnico, è bravo a usare il corpo – nella sua posizione è molto grosso rispetto ai pari ruolo – un giocatore incredibile. Però noi contro Dallas abbiamo vinto e gli ho rubato palla (dice ridendo, ndr)”.

Infine l’Italbasket e il tuo gruppo, con grandissimo potenziale ma che, tra infortuni e contingenze, non è mai arrivato a fare risultato.
“I vincenti trovano soluzioni e non scuse; già trovarle dà fastidio. C’è da dire però che in Nazionale tutti assieme abbiamo giocato poco. Un’estate non c’ero io, un’altra non c’era Beli, il Mago o Gigi. Abbiamo fatto un decennio dove anche le altre squadre erano fortissime: la Spagna con 8 giocatori NBA, la Francia anche, per non dimenticare la Grecia. Noi eravamo forti, ma lo erano anche gli altri”

Fonte: Basket dalla media.

Commenta