Daniele Cavaliero: “La difficoltà che percepisco di più è la grande incertezza”

Daniele Cavaliero: “La difficoltà che percepisco di più è la grande incertezza”

Cavaliero parla del campionato appena trascorso facendo un’interessante analisi sul momento che stiamo vivendo e come potrebbe evolvere la storia della nostra pallacanestro

Daniele Cavaliero, playmaker dell’Allianz Pallacanestro Trieste, ha partecipato alla diretta Instagram condotta da Marco Barzizza su Basket dalla Media. Il 36enne nato a Oggiono ma di scuola e crescita triestina, ha parlato a ruota libera del campionato appena trascorso facendo un’interessante analisi sul momento che stiamo vivendo e come potrebbe evolvere la storia della nostra pallacanestro, con un occhio di riguardo per la sua Trieste.

Come passi le tue giornate?
“Ho un appuntamento fisso con le mie nipotine la mattina: leggiamo insieme su Facetime. Poi mi alleno una volta al giorno e leggo tantissimo. Mi piace molto e continuo a farlo, anche andando su qualcosa di un po’ più tecnico, all’esterno della pallacanestro. Vivo tra i libri e una birretta ogni tanto”.

La crisi del momento e l’incertezza del domani: nella vita e per la sua squadra.
“La difficoltà che percepisco di più, oltre al problema sanitario, è la grande incertezza. Tutta la nostra nazione non sa cosa succederà. Se avessi un bar e mi dicessero che tra tre mesi potrei ricominciare come prima allora potrei pensare a come muovermi, a organizzarmi, ma purtroppo non sappiamo quanto durerà questa situazione. E questo succede anche nella pallacanestro. Si è concluso un campionato in cui abbiamo faticato, ma dentro di me ho la sicurezza, con tutto il rispetto per le altre squadre che si giocavano la salvezza, che per calendario e per il lavoro che stavamo facendo avremmo chiuso in ascesa. Il futuro ora è assolutamente incerto: l’altro giorno parlavo col nostro GM e presidente Mario Ghiacci e lui non sapeva cosa dirmi, perché per quanto stiano cercando di chiudere senza troppi buchi, non sanno cosa sarà il prossimo anno. Non sa se si potranno permettere una squadra che punta a una cosa o a un’altra, non sa se ci saranno i soldi per comprare certi tipi di giocatori o altri. Anche perché per la città e società che siamo, abbonamenti e biglietti sono sempre stati fondamentali. Se a ottobre aprissero le porte a tutti, cosa che reputo improbabile, se fossi un padre di famiglia o se portassi i miei genitori, non so se andrei al palazzo e non so, se avessi la possibilità di spendere qualche soldo, se lo spenderei così. E mi fa paura. Sono sicuro che in qualche modo faremo: abbiamo una dirigenza forte, staff forte, una società seria e quasi familiare, ma non ho risposte”.

Cambierà tutto una volta che si ripartirà?
“Devo dire che quando si prospettava questo problema dell’epidemia che stava arrivando dall’Asia, con Jones avevamo visto un video dove ci si salutava coi piedi e avevamo iniziato a farlo per gioco, senza immaginare che quello sarebbe diventato potenzialmente un vero modo di fare. Mi dispiace per tutti e bisogna dire che noi siamo privilegiati e in questo momento, per quanto ci siano tagli e problemi, stiamo bene. Il pensiero va a chi ha la partita iva, a chi faceva dei lavoretti, a chi faceva già fatica prima e arrivava a fine del mese giusto con ciò che vendeva o col servizio che forniva”.

Può essere, il prossimo, un campionato con più italiani?
“Intanto ci sono delle regole in questo momento rispetto a stranieri e quote italiani e vanno rispettate. Sicuramente bisognerà capire chi sarà disponibile a venire, quali saranno le metodologie di arrivo dei giocatori. Ci saranno le quarantene? Ma più che altro bisognerà capire se i giocatori stessi vorranno venire. Noi quest’anno abbiamo avuto Jon Elmore, ragazzo alla prima esperienza fuori dal college e mi metto nei panni suoi e della sua famiglia. Se io fossi una madre o un padre americano e mio figlio avesse un’offerta dall’Italia, non so se lo manderei. D’altra parte bisogna dire che le grandi squadre sono formate anche da grandi giocatori stranieri, non è facile capire se questo è un colpo importante sulla nostra pallacanestro, considerando che quest’anno erano arrivati grandi giocatori e il livello si era alzato. Non so se si potrà fare in termini di regole, forse ci saranno delle squadre che punteranno più su qualche giocatore italiano perché più facile da raggiungere”.

C’è chi pensa però che un campionato con soli italiani non riempirebbe i palazzi.
“Probabilmente è vero ma ho avuto una grande esperienza e ne ho fatto parte solamente per un po’, perché la cultura non l’avevo tirata su io. Qui a Trieste le persone che verranno ricordate e che sono ricordate di questi ultimi anni, per quanto ci siano stati Wright, Saunders, Knox, Mosley, sono Prandin, Coronica, Da Ros, Pecile, Bossi, Baldasso: ragazzi che non hanno il talento di Teodosic, Rodriguez, Banks, però hanno fatto innamorare la piazza. Ora, si parlava di A2 ed è diverso, però sono convinto che non sia solamente il fatto che uno faccia sempre canestro a riempire i palazzetti. Se ci fosse un campionato di soli italiani – e sono convinto che noi ci dobbiamo comunque sempre meritare tutto e non dobbiamo essere salvaguardati come i panda – sono sicuro che le piazze di un Prandin o di un Da Ros si innamorano perché oltre al talento vedono il carattere, il fatto che uno si senta parte di quella città, di quel popolo”.

I ricordi più belli a Trieste da quando sei tornato?
“Il rientro in campo a Treviglio dopo essere tornato da Varese. Pazzesco, è come se avessi toccato il campo per la prima volta in vita mia. Il giorno della promozione, un momento bellissimo dove io e Coronica – capitano, cuore della squadra, triestino doc – siamo sul cubo del cambio con le braccia alzate verso i nostri tifosi, fenomenale. In quel momento arriva una delle persone più importanti per me nel basket, Andrea Bussani il nostro fisioterapista fin da quando ho esordito in Serie A, quindi 186 anni fa (ride, ndr). Lui per me è famiglia e in quell’occasione, appena sceso dal cubo del cambio mi giro e piange, mi dice “sono felice” e ci abbracciamo. È stato un momento pazzesco e la stessa cosa è successa 5 minuti dopo con Da Ros, che sembra un uomo burbero, un carattere forte: ci incontriamo nel marasma, mi guarda, non sappiamo cosa dire e ci abbracciamo fortissimo. Poi il giorno in cui ci viene detto che il nostro presidente era stato arrestato. Era stata mia mamma a chiamarmi per darmi la notizia. Quella domenica giocavamo in casa con Cremona. Dalmasson ci ha detto il giorno stesso questa cosa, insieme ai massimi dirigenti, che ci hanno messo davanti al fatto compiuto. Quella partita l’abbiamo vinta facile contro una squadra fortissima che poi abbiamo ritrovato ai playoff. E a fine partita abbiamo applaudito tutti insieme col pubblico, sembravano una cosa unica. E poi la serie di playoff (sempre contro Cremona, ndr), quando abbiamo vinto gara 3 in casa, avevamo portato la nostra città ai playoff dopo tantissimi anni. Figo. Non posso essere più felice della scelta che ho fatto di tornare a casa”.

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