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Curarsi o no? La spinosa questione della salute mentale nella NBA

Curarsi o no? La spinosa questione della salute mentale nella NBA

La traduzione dell'articolo di Jackie MacMullan sui problemi di salute mentale di alcuni giocatori NBA

Shane Larkin apre i suoi occhi, si siede ed inizia a raccontare la sua versione più tormentata di “Ricomincio da capo” (Groundhog Day, 1993). Afferra il telecomando, mette SportsCenter e salta fuori dal letto in attesa del suo “numero”. Ha 8 anni e ogni mattina presenta un nuovo set di parametri imprevedibili puramente arbitrari. Quando inizia a vestirsi per andare a scuola – un rituale che dura a volte pochi minuti e altre alcune ore a seconda del numero del giorno – nota un’immagine tremolante di Ray Allen sullo schermo della sua televisione. A quanto pare, Ray Allen la sera prima aveva segnato 8 canestri da tre punti. Improvvisamente, un messaggio sensoriale viene inviato nel cervello di Shane e lo informa sul numero del giorno: otto.

 

E così sapevo – dice Larkin ad ESPN – che mi dovevo lavare le mani otto volte.”

Dopo essersi pulito meticolosamente, Larkin sceglie con cura i suoi vestiti. Tuttavia, se i suoi pantaloni toccano per sbaglio il tappetto, non deve solamente gettarli nel cesto della biancheria sporca e cambiarli con un paio nuovi, ma deve andare di nuovo in bagno a lavarsi le mani.

Otto volte.

Fatto questo, Larkin, a colazione, prova a cavarsela in una cucina che è un calderone di potenziali germi. Affronta un difficile percorso ad ostacoli mentre cerca di evitare macchie sparse qua e là, una spugna bagnata o un piatto sporco. Nel momento in cui sta per uscire dalla porta di ingresso, con pochi secondi a disposizione prima che perda il bus (di nuovo), il cane di famiglia gli appare davanti, scodinzolando, e gli lecca la mano. Larkin non ha scelta: ritorna in bagno per pulirsi di nuovo le mani otto volte. Alla fine della giornata, le sue mani sono così sciupate per via del lavaggio ossessivo, che va a letto con le piaghe aperte e sanguinanti.

La patologia di Larkin, in seguito riconosciuta come disturbo ossessivo compulsivo, o OCD, colpisce solamente il 2,3% della popolazione e solo un bambino su cento. Per un bambino piccolo, che non capiva perché fosse tenuto in ostaggio da un suo casuale schema mentale, era snervante, frustrante ed incredibilmente spaventoso.

Non sai quello che sta succedendo”, dice Larkin. “Vedi i tuoi amici che si lavano le mani una volta, o che proprio non se le lavano, e pensi ‘ Cosa c’è che non va in me?’”.

Ironia della sorte, l’uomo che, molti anni fa, ha fissato il “numero” di Larkin – ovvero Ray Allen – ha definito sé stesso “al limite della OCD” a causa del suo bisogno di avere un ordine completo e uno schema da seguire durante la sua giornata, incluso uno specifico e ripetitivo rituale pre-partita che lo ha condotto ad una carriera da Hall of famer.

Nelle occasioni in cui le triple di Allen non dettavano le regole della giornata di Larkin, questo ruolo poteva essere svolto da qualcosa di innocuo come tre pettirossi appollaiati su un ramo fuori dalla finestra di Larkin. Egli tirava un sospiro di sollievo perché il suo comportamento ossessivo sarebbe stato più gestibile per le 24 ore seguenti per via del numero fermo a tre.

Inspiegabilmente, il suo OCD svaniva nel momento in cui si lanciava in un campo da basket. Lì era libero, non vincolato da alcun tipo di preoccupazione per germi e batteri.

Quella era la cosa più assurda,” dice Larkin “Non potevo toccare il tasto dell’ascensore o il rubinetto per far scorrere l’acqua perché ‘Oh, è così sporco!’, però ero in grado di entrare in un campo da basket dove i ragazzi si prendevano per le ascelle, si mettevano le dita nel naso e poi toccavano il pallone, ma a me stava bene.

Avrei giocato per ore con quel pallone e poi senza tanti problemi, dopo essere uscito dal campo, sarei andato a mangiare un hamburger senza nemmeno lavarmi le mani. Non aveva alcun senso.”

Larkin ha nascosto la sua condizione ad amici e compagni di squadra. Solo la sua famiglia era pienamente al corrente dei suoi dolorosi tentativi di arrivare a fine giornata. “Non volevo che le persone pensassero che fossi pazzo,” dice Larkin.

I suoi sintomi sono rimasti anche quando è cresciuto. Se il cane combinava qualche guaio sul tappeto, Larkin rimaneva chiuso in camera sua, impossibilitato a scendere giù fino al pianerottolo. Per il percorso che portava alla vasca da bagno erano spesso necessari una sfilza di asciugamani per evitare la polvere e la sporcizia. Sua madre, Lisa Larkin, lavava di media più o meno 20 asciugamani al giorno. Lisa capiva la condizione di suo figlio; anche lei aveva lottato contro problemi di salute mentale. Tuttavia, il padre di Shane, Barry Larkin, un ex interbase inserito nella Hall of Fame del Baseball, era sconcertato dal comportamento di suo figlio e provò ad applicare un approccio “poco affettuoso”.

Mio padre mi metteva alla prova,”spiega Larkin. “Andava in bagno e, di proposito, non si lavava le mani, poi toccava il mio braccio. Mi diceva ‘Sei in gamba. Ce la puoi fare.’Quella era la sua soluzione. Era così difficile – e ha causato problemi tra di noi.”

Barry Larkin ammette che quando inizialmente ha riscontrato i sintomi di suo figlio, pensava che l’ossessione riguardo alla pulizia di Shane fosse “più una cosa di convenienza, una scusa.”

Lo sfidavo ad affrontare la questione,” dice Barry. “In passato, quando lo sfidavo, accettava e ci provava.”

Ma questo era diverso. Qualcosa doveva cambiare. Dalle scuole medie in poi i sintomi di Larkin avevano subito un peggioramento, così sua madre gli trovò uno psichiatra che suggerì l’uso di un farmaco antidepressivo per aiutarlo ad andare avanti. Ciò lo confondeva. “Non sono depresso,” diceva Larkin a sua madre. “Lo sono?”

Provò le pillole. Lo aiutarono ad alleviare i sintomi della sua OCD, ma lui dice che lo privarono anche della sua forza ed energia, qualità che lo separavano dal diventare una stella nascente del basket. “I farmaci mi rendevano debole,” dice Larkin. Mi rendevano troppo calmo e rilassato. Sentivo che dovevo essere reattivo per diventare il giocatore che volevo essere. Quando ero sotto farmaci ero tipo “Eh”. Dissi a mia madre “Non esiste che continui con questa roba.”

Curarsi o non curarsi? È una scelta che permea gli spogliatoi NBA ogni giorno, poiché gli atleti professionisti cercano di affrontare silenziosamente i loro problemi di salute mentale. Il pregiudizio riguardo la salute mentale è solo uno; quel pregiudizio aumenta di dieci volte quando i loro colleghi scoprono che sono sotto farmaci. È un rischio che alcuni giocatori credono che non valga la pena correre, perché potrebbe condizionare le loro possibilità di essere presi da un coach scettico o da un general manager.

Ho fatto più o meno uso di farmaci per tutta la mia vita,” spiega una star NBA, il quale in un primo momento aveva combattuto per comparire in questa storia, ma alla fine ha scelto di rimanere anonimo. “Mi piacerebbe pensare che non conta niente, ma non sono sicuro che sia vero quando si arriva vicini alla free agency. Ho scelto di non rivelare la mia identità perché preferisco che non mi arrivino offese via social network. È già abbastanza dura così.”

Il Dott. William Parham, psicologo di Los Angeles che è stato assunto dall’Associazione giocatori per monitorare il crescente aumento del problema della salute mentale nella NBA, ammette che alcuni tipi di problemi mentali possono richiedere l’intervento di farmaci. “Ma troppo spesso, i farmaci curano i sintomi, non i veri problemi,” afferma Parham. Mentre la percentuale di giocatori NBA affetti da OCD è veramente piccola, il dibattito sui farmaci riguarda anche l’ansia, la depressione e il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività, o abbreviato ADHD, che, secondo John Lucas, assistente allenatore degli Houston Rockets il quale gestisce per gli atleti un programma di benessere e recupero dall’abuso di sostanze, dilaga nella NBA.

Ho avuto molti ragazzi che sono stati messi sotto farmaci per curare la ADHD, sebbene loro non lo volessero,” spiega Lucas. “Ne avevano bisogno, ma non volevano essere troppo rilassati in campo. Ma allo stesso tempo avevamo bisogno che loro giocassero a quel ritmo frenetico. Così, quando il giocatore di turno è sotto farmaci, gli allenatori dicono ‘Perché non possiamo avere di più da lui?’Però, d’altro canto, quando invece le prende (le medicine), dicono ‘è il giocatore che voglio’. Il problema è che il giocatore non sa come spegnere quella rabbia, quell’intensità quando finisce la stagione.”

Doc Rivers, capo allenatore dei Clippers, racconta che, quando era alla guida dei Celtics, si sottopose a un test della personalità il quale concluse che sia lui che Danny Ainge, capo delle operazioni dei Celtics, avessero la ADHD, un risultato che non stupì l’ex guardia NBA. “Ritengo che la maggior parte dei giocatori d’elite abbiano qualcosa,” afferma Rivers. “Non lo so con certezza. Sono così iperattivi, così estremamente competitivi, ma è anche quello che dà loro energia e li fa andare avanti. Non mi importa davvero di avere ragazzi con la ADHD in squadra.”

Un GM rivale della Western Conference non è d’accordo. Egli ammette che se due giocatori sono uguali in capacità ma uno di loro due ha la ADHD, lui prende il primo, perché, spiega “diminuisce la probabilità di problemi fuori dal campo così come di disturbi durante l’allenamento.”

E allora cosa mi dite di questi ragazzi che distruggono le loro camere di albero?” Dice il GM. “Questi sono ragazzi che spesso non prendono più le loro medicine. Così, in questo modo, non solo dovremmo preoccuparci di tutte le altre, ma inoltre dovremmo assicurarci che la nostra ala grande prenda le sue pillole regolarmente.”

Il proprietario dei Lakers, Jeanie Buss, ha una grande esperienza per quel che riguarda la salute mentale, tornando indietro nel tempo all’ex Laker Ron Artest (ora Metta World Peace), la cui famosa crisi, mentre giocava per i Pacers, condusse ad uno dei capitoli più bui della NBA – una rissa nel 2004 che coinvolse anche alcuni fan soprannominata Malice at the Palace. Negli anni seguenti, ad Artest furono prescritti farmaci antidepressivi (li buttò nel water e tirò l’acqua). Una volta si è presentato al “Jimmy Kevel live” vestito solamente con i suoi boxer. In seguito egli ha scoperto uno psicologo chiamato Dott. Santhi Periasamy, il quale lo ha aiutato a cambiare la sua vita. Quando i Lakers vinsero il titolo nel 2010 grazie ad una grandiosa giocata di Artest, lui ringraziò pubblicamente il Dott. Santhi per aver salvato la sua carriera.

Noi (i Lakers) non evitiamo i giocatori con problemi di salute mentale perché la nostra squadra ha già draftato in passato giocatori con queste difficoltà, e, secondo noi, sono stati molto positivi,” afferma Buss. “Quello a cui devi guardare è: stanno riuscendo ad affrontare la situazione? e a tenerla sotto controllo? In che modo? Questo li porta a prendere decisioni impulsive che possono ledere alla loro salute e al loro benessere psico-fisico? A volte i farmaci sono la risposta giusta, altre volte no.”

Ai giocatori che combattono con un disturbo bipolare, una condizione grave che causa estremi sbalzi di umore, sono spesso prescritti farmaci che sono fondamentali per la loro salute. Il tasso dei suicidi tra i pazienti bipolari è più alto rispetto alla popolazione in generale e una grande percentuale di persone a cui è stato diagnosticato il disturbo bipolare tenta il suicidio almeno una volta nella loro vita. Lucas crede che almeno il 10% dei giocatori NBA sia bipolare. “E alcuni di loro non ce la possono fare senza i farmaci,” spiega Lucas. “Sono un pericolo per sé stessi quando non li prendono.”

Rivers sostiene che sia facile capire quali giocatori abbiano problemi di salute mentale anche se non lo rivelano al coaching staff, rimanendo in bilico tra rispettare la loro confidenza e la volontà di provare ad aiutarli.

Da allenatore lo noti,” dice Rivers. “Ho avuto un ragazzo che quando entrava in campo potevi dire ‘Ok, non ha preso le sue medicine oggi’”.

Jalen Rose era entusiasta quando fu scambiato ai Pacers nel 1996. Aveva legato immediatamente con il presidente Donnie Walsh, tuttavia si era scontrato con l’allenatore, Larry Brown, che, come dice Rose, mise in moto le cose affinché a Jalen venisse diagnosticata la ADHD.

Larry non era affezionato a me né come persona né come giocatore,” afferma Rose. “Credo che decise arbitrariamente che ci fosse qualcosa di più in me. È stato il capo del domino degli eventi che hanno portato alla mia cosiddetta diagnosi.”

Rose dice che fu convocato nella stanza di allenamento, dove un medico della squadra gli pose una serie di domande. Gli fu comunicato che aveva la ADHD e che aveva bisogno di farmaci.

Ora, io probabilmente avevo la ADHD, e forse ce l’ho ancora,” afferma Rose. “Ma nella mia mente, era un modo professionale di Brown per giustificare il mio non utilizzo in campo.”

Rose non ricorda cosa gli prescrissero i Pacers, ma afferma che non ha mai preso nessuna di quelle pillole. Non appena gli fornivano le pillole, le gettava nella spazzatura. Alcune settimane dopo, Brown si avvicinò a Rose congratulandosi per il suo miglioramento, sia mentale sia agonistico. “Personalmente, fu motivo di orgoglio quando mi disse che ero cambiato e che le medicine mi stavano facendo bene.”

Quando Brown lasciò la squadra nel 1997 e Larry Bird prese il suo posto da capo allenatore, Rose rivelò alla squadra che non aveva fatto uso di alcun tipo di farmaco durante la stagione. Giocò altre 4 stagioni e mezzo ad Indiana senza alcun tipo di incidenti e, lui dice, “ha seppellito l’ascia di guerra” con Brown anni fa.

Sono sicuro che qualche ragazzo nella lega abbia la ADHD e sia sotto farmaci ma non lo voglia dire,” spiega Rose. “Quello che sto dicendo è che le medicine non sono la giusta soluzione per tutti.”

L’interesse per la salute mentale dell’attuale coach dei Celtics, Brad Stevens, è stato suscitato dal suo breve impiego presso la casa farmaceutica Ely Lilly, la prima a brevettare il Prozac, il quale è usato per trattare numerose forme di malattie mentali.

Era richiesto a tutti coloro che lavoravano da Ely Lilly di capire come funzionava il Prozac,” spiega Stevens. “Ho imparato come certe droghe possano essere efficaci, come molte persone con problemi possano essere curate – ma, spesso, queste non si vogliono far curare. Ho imparato inoltre che vi erano alcuni effetti collaterali provocati da queste droghe che si manifestavano successivamente.”

Stevens ha fatto della salute mentale una priorità all’interno del suo spogliatoio, realizzando programmi di benessere e invitando la Dott.essa Stephanie Pinder – Amaker, direttrice e fondatrice del Programma di salute mentale dell’ospedale McLean, a parlare ai suoi giocatori. Sia Larkin che l’ala grande Marcus Morris dicono che abbiano tratto beneficio dalle sedute private con Pinder – Amaker, le quali sono rimaste segrete. Morris afferma che, prima di incontrare Pinder – Amaker, avesse provato la marijuana come rimedio per la sua depressione.

Conosco ragazzi che bevono ogni giorno per tranquillizzarsi,” spiega Morris. “Questo è il modo in cui affrontano la cosa e come provano a risolverla. E sai che non funzionerà a lungo.”

Il presidente del sindacato, Michele Roberts, riconosce che i giocatori tendono a rivolgersi ad alcool e marijuana per ricevere sollievo, in particolare se li vengono prescritti farmaci, lasciandoli sentire un po’“borderline”.

Non lo neghiamo neanche per un secondo,” affermò Roberts a marzo a ESPN.

La scelta di curarsi, racconta l’ex ala grande dei Bucks Larry Sanders, gli è costata la carriera. Una volta era una giovane stella nascente, ma ansia e depressione lo hanno portato a cercare sollievo nella marijuana. È stato citato per quattro violazioni del programma di abuso di sostanze della NBA, è stato sospeso due volte ed infine ha preso l’incredibile decisione di abbandonare il basket nel 2015.

C’è ancora molto da rimproverare alla NBA per il fatto che preferiscono il sottoprodotto (marijuana) invece di scavare a fondo e cercare la vera causa (dei problemi di salute mentale),” spiega Sanders. “Tutti dicono che il gioco è per il 90% una cosa mentale, ma non ne teniamo conto in quel senso.

Quello di cui la NBA ha paura è un giocatore che possa dire ‘Oh, sono depresso’e che fumi la marijuana. Questo è il più grande incubo della lega. C’erano molte medicine che mi volevano far prendere ma io rifiutai. La mia soluzione personale era quella di fumare marijuana.”

Da dopo la sospensione di Sanders, la NBA ha varato la propria linea politica sulla salute mentale ed il 31 maggio ha inviato un promemoria interno a tutte le sue squadre con le linee guida da seguire, tra cui: garantire la privacy del giocatore per quanto riguarda la sua salute mentale; assumere e mantenere uno specialista con esperienza nel campo dei problemi di salute mentale; trovare uno psichiatra che sarà sempre disponibile per i giocatori; fornire alla squadra materiale informativo e di sensibilizzazione sulla salute mentale.

Lucas, il cui programma sottolinea agli atleti che “il basket è ciò che fai, non ciò che sei”, dice che il mondo dei pro è pieno di trappole – troppo tempo libero, soldi e cattive influenze – e che se non hai una vita al di fuori del basket hai, in definitiva, più probabilità di cedere alle tentazioni.

In che modo la tossico dipendenza va di pari passo con la salute mentale? È la stessa medesima cosa,” sottolinea Lucas. “La salute mentale è una condizione spirituale. È questo ciò che le persone non comprendono. È una dipendenza. Essa è quel qualcosa per cui non posso cambiare il mio comportamento per raggiungere i miei obiettivi, però posso modificare i miei obiettivi per venire in contro al mio comportamento. E così ho un serio problema.

Allora quello che i ragazzi stanno facendo ora non è prendere i farmaci, bensì fumare marijuana. Il THC è il derivato nella marijuana che ti tranquillizza. Quando la NBA varò la sua prima politica anti-droga, non potevi sospendere i giocatori per quello. Il THC aiuta gli epilettici e le persone con dolori cronici.

Il problema è che non ti uccide. Ma uccide il tuo spirito, la tua abilità di raggiungere un obiettivo. Ti toglie la tua energia.”

Il THC è uno dei 113 componenti chimici, presenti nella foglia di marijuana, di cui è stata provata la maggiore psico-attività. Una star NBA rimasta anonima afferma che ha provato la marijuana per alleggerire la tensione dovuta alla sua depressione. “Ha funzionato,” spiega. “Ma solo per un po’.”

“ Quello che mi addolora,” dice Pinder – Amaker, “è che la depressione è una delle malattie più curabili che esistono. Non è sempre necessario un trattamento farmacologico. Ci sono molti interventi cognitivi – comportamentali, molte strategie fondate su dati concreti e tantissime tecniche con cui le persone possono imparare a cambiare il loro modo di pensare.”

Per esempio, Pinder – Amaker sostiene che, se qualcuno ha quello che la dottoressa chiama pensieri negativi automatici (ad esempio, “Non segnerò mai quel canestro. Non sarò mai il leader di questa squadra. So che non mi confermeranno qui.”), lei riuscirà a convincere l’atleta x a scacciare via quei brutti pensieri ed ad identificare il motivo per cui lui o lei si siano sentiti in quel modo.

“ L’ansia, l’inquietudine e la paura sono innescate da questi tipi di pensieri,” spiega Pinder – Amaker. “Quando scrivono questi pensieri, impariamo molto.”

Questi pensieri non sono limitati solamente al basket. Sono molto più diffusi. Infatti, proviamo ad aumentare la propria consapevolezza, di arrivare alla fonte di origine e infine di ricostruire ciò che è possibile. Per esempio, se (i giocatori) affermano: “È un colpo di fortuna che io sia stato draftato.” Facciamo un passo indietro e li chiediamo: “Davvero? Hai lavorato duramente. Tu eccellevi al college.” Quanto è vero quel pensiero negativo?

“ L’unico modo in cui è efficace è se la persona crede ed investe nella ristrutturazione del suo modo di pensare.”

DeMar DeRozan, la cui dichiarazione pubblica, dove diceva di soffrire di depressione, ha portato il tema sotto ai riflettori, afferma che, mentre la marijuana prende i primi titoli dei giornali, molti suoi colleghi utilizzano l’alcool per tranquillizzarsi. DeRozan dice che non si è mai fatto un drink, una lezione imparata durante l’infanzia. “Vedevo le persone che provavano a sopprimere il dolore con l’alcool, questo li ha trasformati in persone completamente differenti – aggressive, emotive ed auto-distruttive,” spiega DeRozan. “Ho scelto di percorrere quella strada, ma sicuramente qualche giocatore lo fa.”

(La mia depressione) mi ha recluso in un luogo in cui ero confinato – tranquillo e isolato. E nel corso del tempo, quel posto non era così salutare. I pensieri si sono accumulati.”

Dwane Casey, coache dei Detroit Pistons, conferma che l’abuso di alcool è ben presente nella NBA. “Troppi ragazzi ci si rivolgono (all’alcool),” dice Casey. “Non c’è dubbio che questo sia riconducibile alla stigmatizzazione di essere sotto cura. Sento giocatori dire: ‘ Oh, potrei non perdere la mia determinazione e la mia forza’. Quando, in realtà, non è assolutamente vero.”

Molti tra i giocatori intervistati su la questione della salute mentale ritengono che la NBA dovrebbe imporre ad ogni singola squadra di avere un piano completo sulla sanità mentale, e, come requisito fondamentale, la riservatezza. Al momento, ogni franchigia può offrire molti – o pochi – servizi. I team official dicono che sia difficile avere tutto quel personale nella stessa squadra. Se un giocatore è in difficoltà, il medico sportivo potrebbe pensare di non farlo allenare, o di mandarlo da uno psicologo, mentre il coach potrebbe pensare che sia ‘soft’e che debba lavorare di più.

“ I messaggi contraddittori non aiuteranno i nostri giocatori,” dice Buss. “Dobbiamo creare un luogo di confronto in cui non ci sia spazio per l’idea per cui il tuo modo di pensare debba essere per forza migliore del mio. Se un giocatore si sta curando da solo (con alcool o droghe) perché è quello che lo fa stare meglio, o almeno è ciò che pensa, noi dobbiamo trovargli delle alternative per fornirgli collaborazione e segretezza.”

Lucas afferma che è essenziale, per il personale NBA, svolgere meglio il compito di identificare il prima possibile i giocatori con problemi di salute mentale e di essere più propositivi nel convincerli a chiedere assistenza psicologica.

“ Il ragazzo che in viaggio si isola è colui che soffre di depressione,” dice Lucas. “È facile da identificare. È sempre solo, sempre depresso in camera sua e non esce mai.”

Il ragazzo che ha la ADHD è quello che non ce la fa neanche a sedersi. È sul bus, poi esce fuori, è iperattivo. Quello invece con la OCD è ossessionato da un pezzo di carta finito sul pavimento. Dico sempre agli allenatori: ‘ Se questi giocatori fossero i vostri figli, se avessero il vostro cognome, li trattereste in maniera diversa. Ve ne prendereste molta più cura.’

Quando Shane Larkin arrivò alle superiori, Lisa Larkin era molto preoccupata per suo figlio, tanto da influire sulla sua salute. L’ossessività di Shane era snervante e costosa. Se qualcuno starnutiva vicino al suo telefono, si sentiva costretto a lavarlo, cosa che causava il corto circuito dell’apparecchio. Stessa cosa accadeva con il suo laptop.

Malgrado la sua OCD, Shane continuava ad eccellere sul parquet. Firmò con DePaul. Nel frattempo, sua sorella si trasferì e suo padre stava viaggiando per lavoro con ESPN. Così (il padre) lasciò Lisa ad occuparsi del figlio mentre si spostava per mezza nazione.

“ Con tutti i cambiamenti che stavano avvenendo nella vita di mia madre e nella mia, lei si preoccupava tantissimo,” racconta Shane. “Mi chiamava continuamente. Mi stressava. Quando sei stressato, è proprio il momento in cui la OCD peggiora. Ero a DePaul e facevo 5 docce a fila e ciò non mi aiutava a stare meglio.”

Lisa iniziò ad avere attacchi di panico, i quali fecero precipitare ulteriormente le condizioni di Shane. “Ero così preoccupato per lei che la mia OCD peggiorò drasticamente.” Racconta Larkin. “La malattia era al suo culmine.”

Era estate ed i corsi universitari a DePaul non erano ancora iniziati, Larkin prese un aereo e tornò a casa., ad Orlando. Suo padre, un uomo di parola, era inorridito dal fatto che suo figlio stesse rinunciando alla borsa di studio. “Barry mi diceva: ‘ Mi devi supportare come marito,’” dice Lisa. “Ma dall’altra parte avevo Shane che diceva. ‘ Devo andare via da qui.’Non fu un bel periodo per nessuno di noi.”

Barry Larkin racconta che odiava vedere suo figlio stare male, ma, puntualizza, non aveva pienamente capito la gravità della malattia di suo figlio finché Lisa non gli disse: “Questa è una cosa reale. Dobbiamo portarlo in terapia per affrontare la questione.”

Shane fece richiesta alla NCAA per una delibera medica affinché potesse cambiare università senza dover star fermo un anno. Scelse Miami, un’università vicino casa, per essere aiutato a gestire la propria ansia. Larkin trovò un nuovo terapista, che lo introdusse alle tecniche della meditazione. Parlarono della sua infanzia, della sua educazione e della sua ossessione per il basket.

“ La parte più divertente fu quando realizzai che anche mio padre aveva l’OCD,” racconta Larkin. “Quando entrava in casa e vedeva un foglio di carta fuori posto o una spilla per terra, doveva metterle a posto altrimenti non sarebbe riuscito a dormire. Tuttavia, Barry afferma: “Non ce l’ho. Sono solo una persona ordinata.”

Quando Larkin prese parte all’NBA Draft Combine nel 2013, era bombardato di domande del tipo: “Come puoi funzionare in uno spogliatoio con questi problemi? Ti stai curando? Ti sei curato?” “Non li biasimo per avermelo chiesto,” dice Larkin.

Ha giocato il suo anno da rookie con i Mavericks, poi un anno ai Knicks ed uno ai Nets. Infine lo scorso anno ha giocato con i Celtics. Ha firmato di recente un contratto di un anno in Turchia con l’Anadolou Efes.

Lui apre ancora il rubinetto dell’acqua con il gomito, ha sempre bisogno che le sue mani rimangano pulite, ma i giorni in cui si lavava ossessivamente sono finiti. Un anno fa, Larkin ha saputo di un amico di famiglia che aveva una figlia di 10 anni affetta da una forma acuta di OCD, così grave che non era in grado di uscire di casa.

“ Mi ha colpito molto quando lo ho saputo,” racconta Larkin. “So esattamente cosa sta passando”. Larkin si è messo in contatto con lei per cercare di aiutarla. “La parte peggiore è stato quando mi ha detto: ‘ Ho paura che non avrò mai amici perché sono diversa.’”

Larkin spiega che mantenere sotto controllo la sua OCD è stato possibile grazie al supporto di entrambi i suoi genitori che, una volta capita la situazione di Shane, sono stati una fonte di forza e determinazione. Avere una famiglia che è parte della soluzione invece che (parte) del problema, dice Pinder – Amaker, è un grosso vantaggio per il paziente.

Shane è riuscito a tenere sotto controllo la malattia senza l’aiuto di farmaci, mentre sua madre, per i suoi problemi, mentali, ha scelto di essere assistita con le medicine. Per entrambi, il viaggio verso il benessere mentale è ancora in corso e la scelta di Shane di farsi pubblicamente avanti gli ha donato un senso di libertà.

Fonte: ESPN.

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