Cosa è successo ad Evans? L’uomo misterioso al centro della vicenda dei Sonics

Continua il viaggio nella storia dei Seattle Supersonics grazie agli amici di Read Corner

Quando i cittadini si Seattle discutono su chi sia da incolpare per la perdita dei Sonics, escono fuori i soliti nomi. C’è Clay Bennett, uno degli uomini che ha acquistato la franchigia nel 2006 per poi portarla ad Oklahoma City due anni dopo, c’è l’ex CEO di Starbucks Howard Schultz, l’uomo che ha venduto la squadra al team di Bennett, ancora così odiato a Seattle che di recente, durante una possibile campagna presidenziale, gli sono state fatte domande sulla questione Sonics. C’è l’allora commissioner David Stern, che ha permesso ai Sonics di andarsene. E poi ci sono i politici locali, che secondo molti non si sono battuti abbastanza duramente all’epoca per trattenere la squadra.

Ma c’è qualcun altro che ha avuto un ruolo chiave, anche se viene menzionato di rado. Ho sentito parlare di lui una sera mentre ero a Seattle e intervistavo Wally Walker, ex giocatore e GM dei Sonics, che nel 2006 era proprietario di minoranza e CEO della squadra. Mentre parlavo con Walker del podcast Sonic Boom per The Ringer, gli ho chiesto di parlarmi della famosa vendita della franchigia, del gruppo di Schultz e di Bennett, e di quella decisione che ha scritto il destino dei Sonics. Ed ecco che lui inizia invece a parlarmi di un altro uomo dell’Oklahoma, del suo ingresso della proprietà dei Sonics e delle loro conversazioni che hanno poi cambiato tutto per Seattle e la loro squadra.

“Ciò che è successo” dice Walker mettendosi comodo come chi sta per raccontare una lunga storia, “è che c’era una parte interessata proveniente da Oklahoma City, tale Ed Evans”.

Come detto, del suo nome si sono perse le tracce. Delle persone che ho intervistato, molte non sapevano chi fosse esattamente, e alcune non l’avevano mai sentito nominare.

Janna Ford, che ha lavorato come assistente esecutivo per i Sonics, ricorda di aver incontrato Evans prima di una conferenza stampa, di aver parlato con lui di quanto entrambi amassero Seattle, e di non averlo mai più visto dopo quel giorno. Jeremy Repanich, che ha lavorato nell’ambito delle relazioni con gli ospiti, ricorda che Evans si è rivolto al personale solamente una volta, per poi scomparire per sempre. Per la maggior parte della gente a Seattle, Evans non è altro che un semplice nome. Anche Brian Robinson, co-fondatore del gruppo ‘Save Our Sonics’, uno degli attivisti che più si sono battuti per tenere la squadra in città, dice di non avere ricordi di Evans, di non averlo mai visto e di dubitare persino della sua esistenza.

Ma quella sera, nel suo ufficio, Walker mi spiegò perché Evans contava. “Ed Evans era un ragazzo conosciuto dalle persone del nostro gruppo di proprietà”, mi disse. Evans aveva accumulato un po’di ricchezza nel settore delle comunicazioni wireless, dove aveva conosciuto John Stanton, ex CEO di T- Mobile e membro del consiglio di amministrazione dei Sonics, composto da 9 membri. Nel 2006, Evans ha dichiarato a Stanton di essere interessato all’acquisto della squadra di basket. Stanton introdusse quindi Evans al resto del gruppo. Successivamente, durante una teleconferenza, Evans disse la sua:” Questo è un grande mercato, amo questo posto, ha un potenziale non sfruttato”.  Evans ha raccontato al consiglio di amministrazione del primo appuntamento con quella che sarebbe poi diventata sua moglie, avvenuto proprio a Seattle, e Walker e il resto del gruppo lo hanno ascoltato, contenti di ciò che sentivano. Avevano messo in chiaro con i potenziali acquirenti che avrebbero venduto solo a qualcuno che intendeva mantenere la squadra a Seattle. “Questa era la condizione, e ci tenevano davvero”, racconta Walker.

Più Evans parlava, più al consiglio piaceva ciò che diceva. “Eravamo assolutamente convinti perché lo conoscevamo”, afferma Walker. “Tutto perfetto. Ha detto tutte cose giuste, ed era sincero mentre affermava che se lui e il suo gruppo avessero acquistato la squadra, l’avrebbero tenuta a Seattle”.

Walker racconta che il gruppo proprietario dei Sonics è andato avanti con le trattative, e poco dopo hanno avuto un’altra conversazione con Evans, che questa volta è stato raggiunto da un altro uomo che sarebbe diventato parte del suo team. All’epoca, era noto nel giro della NBA come ex comproprietario dei San Antonio Spurs. Ora, è conosciuto come l’uomo che ha portato via i Sonics, da Seattle a OKC: Clay Bennett.

Walker non conosceva Bennett. Non era sicuro di potersi fidare di lui. Evans era cresciuto in Florida e sembrava slegato da qualsiasi luogo. Bennett, invece, aveva profondi legami con Oklahoma City, che aveva appena ospitato temporaneamente i New Orleans Hornets ed era noto in giro per la NBA per aver fame di una squadra tutta sua. Quindi, quando il gruppo proprietario dei Sonics ha votato per decidere se vendere al gruppo di Evans e Bennett, diverse settimane dopo le telefonate iniziali, Walker ha avuto un ripensamento. Così, dalla Francia, dove si trovava in vacanza, ha votato contro la vendita. Cinque membri del consiglio su nove, tuttavia, hanno votato a favore. E così, nell’estate del 2006, i Seattle SuperSonics furono venduti.

Quasi tutto ciò che è successo dopo è di pubblico dominio. Il gruppo di Oklahoma City andò a Seattle e combatté con il governo locale per un paio di anni prima di spostare la franchigia, da quella che è stata la sua casa per quattro decenni, ad OKC.

Ma negli anni successivi alla vendita, Walker si è posto più volte la stessa domanda: Che fine ha fatto Ed? È stato l’uomo che per primo ha conquistato la fiducia dell’equipe di Seattle. È lui che per primo li ha presentati a Bennett. Senza di lui, parrebbe corretto supporre che i Sonics non sarebbero mai stati venduti alla società dell’Oklahoma. Quando il gruppo di OKC ha acquistato la squadra, Evans è volato a Seattle per l’annuncio. Ma quando la vendita fu approvata dal consiglio d’amministrazione della NBA tre mesi dopo, il suo nome non era più elencato nei documenti ufficiali. Quando l’accordo fu concluso, Ed Evans era sparito.

Quando chiedo in giro di lui a Seattle, Evans appare come una figura strana e oscura. Anche a Oklahoma City in pochi sembrano sapere qualcosa di lui. “Ho fatto un po’di ricerche su di lui”, afferma Berry Tramel, editorialista di The Oklahoman, che si occupa di sport ad OKC da più di due decenni. “Non ho trovato molto”. Sulla stampa di Oklahoma City, alcune delle poche menzioni di Evans riguardano una causa del 2016 che ha presentato per reclamare un anello di fidanzamento dalla sua ex fidanzata, e la controquerela in cui lei lo accusa di abusi emotivi oltre che fisici (entrambe le querele sono state respinte). Ma riguardo il suo ruolo nella vendita dei Sonics del 2006, molte persone che intervisto descrivono Evans come avvolto dal mistero. “È come un fantasma”, afferma Repanich. “Ed Evans: dove è andato a finire?”

Tuttavia ho scoperto che non era poi così difficile da trovare. È ancora ad Oklahoma City. L’ho rintracciato su Twitter, dove ha risposto quasi immediatamente al mio messaggio, invitando me e il mio produttore nella sua vistosa ed enorme casa. Nel fare questo podcast, ho incontrato tante persone che si sono rifiutate di essere intervistate. Evans, invece, è sembrato felice di raccontare la sua versione della storia.

Evans è stato presidente e COO di Dobson Communications (che AT&T ha acquistato per $ 2,8 miliardi nel 2007). Con il progredire della sua carriera, è stato attratto dalla proprietà sportiva. “Si tratta semplicemente del tipo di ego da maschio alfa”, racconta. Inizialmente ha acquistato un paio di squadre della NASCAR e nel 2006 ha avuto un piccolo ruolo nel tentativo fallito di acquistare i Washington Nationals.

Questa è uno dei motivi che hanno portato i proprietari dei Sonics a fidarsi di lui. Evans non sembrava affatto intenzionato a portare una squadra in Oklahoma. Sembrava solo voler diventare proprietario di una franchigia professionistica, in un modo o nell’altro. Nello stesso periodo, nel 2006, Evans vide che la sua casa adottiva, Oklahoma City, dove si era trasferito nel 1996, si stava innamorando della NBA. Quando gli Hornets si trasferirono temporaneamente nella loro città, Oklahoma City adottò la squadra come propria. “La città”, dice Evans, “molto rapidamente è rimasta affascinata dall’idea di avere una squadra NBA”.

Evans ricorda che poco dopo l’arrivo degli Hornets, gli imprenditori e i politici della città hanno colto la palla al balzo. “L’intero approccio è cambiato”, dice. “A quel punto siamo passati dal volerli ospitare al volerli permanentemente qui”. Quindi Evans ha iniziato tentare di realizzare questo sogno. A quel tempo, in realtà, molte persone a Oklahoma City ci stavano provando. Il modo in cui lui e gli altri lo raccontano, fa sembrare che ogni persona benestante di qualunque punto dell’Oklahoma a un certo punto sia stata in contatto con l’allora proprietario degli Hornets George Shinn, nel tentativo di fare un accordo. Seduto lì, a casa sua, Evans mi racconta di aver persino firmato un contratto per l’acquisto del 49% della squadra da Shinn. “Nel contratto era rimasto solo uno spazio vuoto”, afferma Evans. C’era bisogno di un’altra firma per concludere l’affare. L’accordo, ha affermato Evans, prevedeva una clausola per la quale il suo gruppo avrebbe potuto acquistare successivamente un ulteriore 2% di proprietà per ottenere la quota di maggioranza. “Poteva essere dopo un anno, 10 anni, o anche dopo la morte di Shinn”.

Shinn non ha mai firmato. E l’affare non è mai andato a in porto. Ho ascoltato solo la versione di Evans di questa storia perché un rappresentante di Shinn ha detto che non avrebbe commentato accordi mai conclusi. Ma Evans afferma di essere rimasto alla ricerca di altre opzioni per entrare nella lega.

Anche se l’accordo era fallito, Oklahoma City voleva comunque tenere gli Hornets. Ed Evans racconta che più o meno nello stesso periodo, il banchiere di Oklahoma City Jeff Records, ora proprietario di una parte dei Thunder, convocò un gruppo di importanti uomini d’affari locali, che cercavano tutti di acquistare la squadra. (Ho richiesto un’intervista con Records attraverso i Thunder, ma ha rifiutato.) I nomi di questi uomini d’affari erano conosciuti solo da una stretta cerchia di persone di OKC, ed Evans dice che Records voleva riunirli tutti e presentare un unico volto, in modo da non farsi concorrenza a vicenda.

Così Evans racconta di aver iniziato ad incontrare regolarmente Records, Bennett, il barone del gas naturale Aubrey McClendon e altri della comunità imprenditoriale di Oklahoma City. Ricorda di essersi sentito un po’fuori luogo quando questo gruppo si riunì. “La maggior delle persone in quel gruppo erano cresciute insieme”, dice Evans. “Sono andati tutti insieme al liceo, si conoscevano. Ero chiaramente l’estraneo in questo gruppo, per due motivi: in termini finanziari non ero al loro livello (Evans dice che nonostante il suo patrimonio valesse decine di milioni, il loro era nettamente superiore); inoltre, io ero l’unico a non essere di Oklahoma City”.

Tuttavia faceva, almeno nominalmente, parte del loro club. Settimana dopo settimana, si sarebbero incontrati, per scambiarsi reciprocamente aggiornamenti sullo stato dei loro affari e mettendo insieme una strategia che gli avrebbe permesso di acquistare gli Hornets e tenerli in città. Ad un certo punto, durante questo processo, Evans dice di aver ricevuto una telefonata da Jason Cahilly, al tempo partner di Goldman Sachs, che il gruppo di Schultz aveva assunto per aiutarli a facilitare una vendita. Questa chiamata avrebbe portato poi al contatto tra Evans e John Stanton e, infine, con l’intero gruppo Schultz. (Cahilly ha rifiutato l’intervista per The Ringer)

“Sappiamo che sei interessato a una squadra di basket”, disse Cahilly ad Evans. Ed era vero, Evans era interessato. “Sai che i Sonics sono in vendita?” Evans rispose di non saperne nulla. “È proprio così, e possono essere spostati”, continuò Cahilly. Il contratto dei Sonics con la KeyArena sarebbe scaduto quattro anni dopo, nel 2010. Una volta finito il contratto, la squadra sarebbe stata libera di spostarsi.

È difficile farsi un’idea di tutto ciò che racconta Evans, soprattutto perché la maggior parte delle persone da lui nominate ha rifiutato di partecipare ad un’intervista. Ma nei luoghi in cui le linee temporali delle storie di Evans e Walker si sovrappongono, sono coerenti. Come Walker, Evans afferma di conoscere Stanton, ex CEO di T-Mobile e proprietario della minoranza Sonics (anche lui ha rifiutato di essere intervistato), e che Stanton ha garantito per lui a Schultz e al resto del consiglio.

Dopo che Stanton ha presentato Evans ai proprietari dei Sonics, Evans dice di aver ampliato le sue opzioni. Rimase collegato al gruppo di Oklahoma City che si era focalizzato sugli Hornets, ma iniziò anche a mettere insieme un gruppo di investitori dai suoi contatti, sparsi in tutto il paese, con un occhio all’acquisto dei Sonics. Il gruppo di private equity fece quindi un’offerta.

“Il loro bambino era in adozione”, dice Evans. “Chi lo avrebbe preso?”. Walker ricorda che Evans voleva assolutamente tenere la squadra a Seattle. Ma quando parlo con Evans, i suoi sentimenti sulla questione sembrano più complicati, il suo pensiero sembra cambiare durante l’intervista. “Il piano A era quello di ottenere una nuova arena a Seattle”, dice inizialmente Evans. “Ma nel caso non ce l’avessimo fatta, avevo un piano di riserva abbastanza buono”, giù a Oklahoma City. Più tardi, però, Evans sembra confondersi, parlando come se avesse sempre visto Oklahoma City come la sua prima scelta. Alla domanda sui suoi sogni per il franchise, Evans dice: “Voglio dire, il mio sogno era che sarei diventato il CEO di una franchigia NBA a Oklahoma City e tutto ciò che ne conseguiva. La sera sarei andato a vedere le partite sapendo di avere un pezzo di tutto ciò. Voglio dire, è una sensazione incredibile quando ce la fai.”

Ogni opzione aveva i suoi pregi. Tenere la squadra a Seattle sarebbe stato un investimento migliore. Quella città aveva una storia di basket più lunga, una popolazione più ampia e tasche più profonde di OKC. Spostare la squadra a sud, però, avrebbe reso Evans un eroe nella sua nuova città. Così, anche se convinse la proprietà dei Sonics che voleva tenere la squadra nel nord-ovest del Pacifico, dentro di sé, Evans andava avanti e indietro, non del tutto sicuro di cosa volesse.

Dopo aver accumulato il capitale tramite ai suoi contatti, Evans ha fatto la sua proposta ai proprietari dei Sonics a Seattle. Nel frattempo, però, ad Oklahoma CIty faceva ancora parte del gruppo che aveva lavorato per comprare gli Hornets. Pensò quindi di doverli aggiornare. Quindi, dice, ha chiamato Bennett. “Clay”, ricorda di aver detto Evans, “Penso di aver comprato una squadra di basket”. “Cosa?” Rispose Bennett. (Attraverso i Thunder, anche Bennett ha rifiutato una richiesta di intervista).”Si. Penso che ci siamo “, concluse Ed. In realtà avevano ancora molta strada da fare prima che l’accordo diventasse definitivo. Ma Evans aveva molte ragioni per essere ottimista. Il suo gruppo aveva offerto 350 milioni di dollari, esattamente il prezzo richiesto, una cifra che Walker non si sarebbe mai aspettato che qualcuno fosse disposto a pagare.

Ciò che è successo dopo, non è perfettamente chiaro. Stando al racconto di Evans, a un certo punto tra l’offerta iniziale e il passaggio alle fasi finali dell’accordo, ha cambiato la composizione del gruppo. Dice di aver invitato alcuni membri della comunità di Oklahoma City, sostituendo alcuni degli investitori originali. Nessun altro coinvolto nell’offerta di Oklahoma City lo ha confermato. Ma ciò combacia con il ricordo di Walker della differenza tra l’offerta iniziale e quella che l’assemblea ha poi votato per finalizzare la vendita.

Anche se inizialmente afferma che Seattle era la prima opzione e il trasferimento solo un piano B, più avanti nell’intervista, Evans dice di aver visto le due alternative altrettanto probabili, “50-50”. Ma mentre prendeva questa decisione, Evans si sentiva sempre più pronto ad un eventuale trasferimento. Dice di aver invitato Bennett e altri a bordo per evitare perdere quei contatti ad OKC. “Sai, erano tutte persone che muovevano un sacco di soldi in sponsorizzazioni”, dice. “Se non li includi, stai facendo davvero bene il tuo lavoro?”

Bennet si è dunque unito all’offerta, e nonostante i ripensamenti di Walker, i proprietari di Seattle hanno deciso, con un voto di 5-4 del loro consiglio di nove membri, di procedere con la vendita. L’accordo è stato concluso. Evans e Bennett e il resto del gruppo OKC si erano appena comprati una squadra di basket. La squadra di basket di Seattle. Il contratto includeva una clausola che imponeva al nuovo gruppo di mostrare “i migliori sforzi in buona fede” per realizzare una nuova arena nell’area a Seattle. Evans e Bennett salirono a bordo di un aereo per Seattle per l’annuncio dell’affare. E su quell’aereo, hanno avuto una conversazione.

Evans ricorda che Bennett gli disse di aver parlato con gli altri membri del gruppo societario. Insieme, avevano preso una decisione. Evans dichiara: “Non erano a mio agio con me come amministratore delegato”. Nell’intervista, Evans non chiarisce perfettamente il motivo. Dice solo: “Ero diverso da loro”. E così, le carte erano state mescolate, ed Evans non era più il volto della nuova proprietà. In breve tempo, il sogno di Evans di lavorare come CEO di una team professionistico, a Seattle, a Oklahoma City o in qualsiasi altro luogo, era morto. Poteva ancora far parte del gruppo di proprietà, dopotutto aveva mediato l’affare, ma non poteva essere CEO. Evans dice di non essere stato ferito dalla decisione. La definisce “deludente” ma “comprensibile” e dice: “Ancora una volta, ero un estraneo per loro”.

Siamo quasi alla fine di un’intervista di due ore in cui Evans ha parlato del suo sogno di dirigere un team sportivo professionistico come CEO, ma improvvisamente sembra glissare sul fatto che i suoi co-investitori gli avessero impedito di ottenere quel ruolo. Cerco di insistere, per capire meglio cosa è successo o come si è realmente sentito Evans, ma lui dice solo: “Non mi sono mai arrabbiato per questo. Il modo in cui lo spiegherei è che l’80% del mio sogno era far parte della proprietà di una squadra NBA, il 20% percento del sogno riguardava invece la possibilità di gestirla. Quindi sottrarre il 20 percento del sogno non ha annullato l’80 percento”.

Stando ad Evans, pur essendo fuori dalla corsa per essere amministratore delegato, una volta arrivato a Seattle è rimasto parte del nuovo gruppo di proprietà. Hanno cenato a casa di Schultz, una serata piacevole e cordiale, ricorda. E poi si sono preparati per la conferenza stampa. Schultz, Walker e Bennett salirono tutti sul palco. Evans è rimasto fuori dal palco, parlando con lo staff dei Sonics dei piani del nuovo gruppo proprietario. Trascorsero alcune settimane, e la società di Oklahoma City iniziò la sua lotta con il governo locale, almeno per quanto riguarda il tentativo di avere un nuovo accordo per l’arena nell’area di Seattle.

Questo è il momento, dice Evans, in cui ha iniziato a pensare di chiamarsi fuori. Non sarebbe diventato CEO, e ora vedeva che la lotta tra città e squadra sarebbe presto peggiorata. E così dice che ha iniziato a chiedersi se voleva rimanere parte del gruppo. “La situazione diventava sempre meno piacevole, e mi è sembrato giusto a quel punto tirarmi indietro e dire “Ragazzi, continuate voi. È la cosa giusta per voi, divertitevi'”.

Mentre Evans parla, non sembra poi un uomo così misterioso. Ma gran parte di ciò che dice porta ancora ad ulteriori domande. Non so perché il resto del gruppo non lo abbia voluto come CEO. Non so se sia successo qualcos’altro per costringerlo a ritirarsi dal gruppo. Senza avere notizie degli altri citati, non conosco nemmeno i dettagli completi delle storie che racconta. Ma so questo: Evans era in una posizione unica per conquistare la fiducia del gruppo Schultz, rimanendo allo stesso tempo alla in contatto con la comunità aziendale in OKC. Abbastanza distante da evitare il sospetto di ricollocazione, ma abbastanza vicino da potersi rivolgere a Bennet e soci ed invitarli quando l’accordo stava per concludersi.

Quando Evans ha invitato gli uomini dell’Oklahoma a partecipare all’affare, potrebbe aver cambiato il destino della franchigia. E durante quel viaggio in aereo per Seattle, gli stessi uomini di OKC cambiarono quello di Evans. Evans dovette abbandonare il sogno di diventare CEO di una squadra. Presto Seattle avrebbe rinunciato al sogno di tenere in città la sua squadra. E così gli ho chiesto se mentre guardava i Sonics trasferirsi a Oklahoma City e diventare i Thunder, e se mentre guardava Seattle piangere la perdita della sua squadra, ha pensato alla vendita della squadra con orgoglio o con rimpianto.

“Assolutamente con orgoglio”, ha affermato Evans. Indipendentemente da ciò che Walker e gli altri proprietari di Seattle pensavano delle sue intenzioni, indipendentemente da quelli che Evans diceva fossero i suoi piani in quel momento, indipendentemente dal fatto che non fosse diventato CEO, alla fine dell’intervista, Evans afferma di aver ottenuto ciò che voleva.

“In fin dei conti”, dice, “ho raggiunto l’obiettivo numero uno, giusto? Trovare una squadra a Oklahoma City.” E quindi no, non c’è rimpianto. Proprio nessuno. “Va bene così.”

Traduzione a cura di Marco Claudio D’amato.

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Fonte: The Ringer.

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