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Come l’ex-arbitro Donaghy cospirava per truccare le partite NBA (Parte 1)

Come l’ex-arbitro Donaghy cospirava per truccare le partite NBA (Parte 1)

La traduzione dell'inchiesta di Scott Eden e ESPN sullo scandalo NBA del 2007

 

ATTO I: Una Conveniente Mezza-Verità

James “Jimmy” “Bah-Bah” “La Pecora” Battista era un quarantenne stressato, sovrappeso, ossessivo, nel giro di alcune bische clandestine, in debito per somme di cui aveva forse perso la cognizione e stava guardando una partita NBA che sapeva essere truccata. Era il gennaio 2007. Poco più di un mese prima, verso Natale, aveva fatto qualcosa di audace: si era incontrato con un arbitro della NBA e aveva stretto un accordo. Ora temeva che la cosa stesse diventando palese.

 

“Vuoi essere pagato?” disse all’arbitro, “allora devi camuffare la cosa”. La bustarella era di 2000 dollari a partita, un affare scandaloso. Se il pronostico era rispettato l’arbitro veniva pagato, in caso contrario non gli spettava nulla, Battista avrebbe coperto la perdita. Un “free roll”, come lo chiamano. Ma quell’arbitro non sbagliava molto: le sue scommesse erano vincenti per l’88% delle volte, un qualcosa senza precedenti nelle scommesse sportive in un periodo di tempo prolungato (stavano entrando nella sesta settimana di questo schema).

 

Il Cast (in ordine di apparizione)

 James “Bah-Bah” Battista

Un Mover al centro dello schema scommesse di Donaghy

 Tim Donaghy

Veterano degli arbitri NBA che scommetteva sulle partite da lui dirette ma che non è mai stato accusato di averle manipolate

 Tommy Martino

Amico del liceo di Donaghy e Battista che fungeva da tramite nel sistema durante la stagione 2006/07

 Jack Concannon

Un venditore di assicurazioni e amico di Donaghy che, nella primavera del 2003, scommetteva assieme ad esso sulle gare che lui dirigeva

 Pete “Rhino” Ruggieri

Scommettitore, bookmaker e a volte partner di Battista “e gli Animali” a cui si sostituì nello schema nel periodo in cui questi entrò in riabilitazione

 Kim Donaghy

Moglie di Donaghy al tempo dello scandalo, Chiese il divorzio non appena le indagini diventarono pubbliche

 Phil Scala

Agente speciale dell’FBI e capo investigatore dell’unità in carica di indagare sulla famiglia Gambino. Supervisore dell’indagine dell’FBI

 David Stern

Commissioner della NBA al tempo dei fatti

 

Battista conosceva l’arbitro, Tim Donaghy, da 25 anni. Andavano allo stesso liceo parrocchiale nei sobborghi pieni di colletti blu cattolici del Delaware County poco fuori Philadelphia: ‘Delco’, come a volte viene chiamata la contea, dove abbondano i bar sport, dove è facile entrare in contatto con varie forme di scommesse sportive, dove ci sono più allibratori che dentisti.

Battista era un prodotto di quel contesto, era un ‘mover’. Per intenderci, i mover non sono nè scommettitori nè bookmakers, sono delle specie di broker che forniscono servizi agli scommettitori, che puntano somme a nome dei loro clienti presso bookmaker di vario tipo in giro per il mondo, legali o meno. Battista era posizionato piuttosto bene in quell’ambiente, senza che Donaghy lo sapesse ma basandosi sulle scommesse fatte proprio da Donaghy, aveva contribuito a creare una specie di caotico fondo speculativo. Diverse persone del mondo sommerso delle scommesse sportive avevano consegnato a Battista ingenti somme, messe in un fondo che ora utilizzava per scommettere sulle gare in cui era presente quell’arbitro NBA. Un membro del gruppo li chiamava “il biglietto” e “la compagnia”.

 

“Probabilmente la compagnia non si è mai nemmeno seduta a un tavolo tutta insieme” dice, “ma ognuno aveva la sua fetta di torta”. Il problema più grosso ora era tenere la cosa coperta.

 

Per i suoi traffici, Battista aveva un assistente, un altro della compagnia del liceo, tale Tommy Martino che agiva da collegamento nello “Schema Donaghy”. Amico di Donaghy fin dall’infanzia, Martino lavorava come tecnico informatico alla JPMorgan. Usando dei telefoni usa e getta, Donaghy chiamava Martino e lo informava della sua scommessa sulla gara che stava per arbitrare. Martino poi parlava con Battista. Battista passava la giornata a scommettere pesantemente sulla scelta di Donaghy. In totale, dice una persona informata delle operazioni, sperava di guadagnare circa un milione di dollari per il fondo dei suoi investitori ad ogni partita arbitrata da Donaghy.

Vuoi essere pagato? Allora devi camuffare la cosa, disse Battista a Donaghy, ma non usò mai il termine “truccare”, o “influenzare” o “manipolare” e nemmeno discusse mai del funzionamento del sistema. “Non ce n’era bisogno” ha detto Battista agli amici, l’intera faccenda era stata semplicemente insinuata. “L’unica variabile l’aveva in mano lui, era il fischietto”.

 

Rimane una delle domande più intriganti in tutti gli sport professionistici americani: esistono ancora partite truccate? Nei 100 anni trascorsi dal 1919, l’anno dello scandalo dei Chicago White Sox, solo il caso  Tim Donaghy ha offerto l’indizio di una risposta – ma anche del suo ripudio.

 

Per 11 anni, la storia ufficiale è stata che Donaghy era un furfante, un giocatore  d’azzardo che ha fatto qualche scommessa sulle proprie partite e niente di più. L’NBA ha condotto le proprie indagini e ha concluso che Donaghy, in realtà, non ha indirizzato le partite. Ma per molti di quelli nella Lega ed intorno ad essa, sono vivi i sospetti che non sia stata raccontata la storia completa, che ciò che è realmente accaduto è stato nascosto..

 

Oggi è davvero importante saperlo. Il 14 maggio dello scorso anno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha terminato una legge federale del 1992 che vietava agli Stati di legalizzare il gioco d’azzardo sportivo all’interno dei loro confini. È opinione diffusa che la sentenza porterà al superamento del divieto interstatale sulle scommesse sportive, che, a sua volta, darebbe luogo a un massiccio aumento di denaro scommesso sugli sport americani. Allo stesso tempo l’NBA, che una volta si opponeva al gioco d’azzardo, ha apertamente abbracciato le scommesse sportive legalizzate più di ogni altro campionato sportivo degli Stati Uniti. Nel 2014, il Commissioner Adam Silver ha scritto un editoriale sul New York Times a favore della loro legalizzazione. Nel luglio del 2018, ha annunciato un accordo pluriennale con MGM Resorts come “partner di gioco ufficiale della NBA”.

 

I promotori della legalizzazione hanno a lungo discusso sulla regolamentazione che sfocia in trasparenza e che aiuta ad escludere i risultati truccati. Ma ci sono molte prove che dimostrano il contrario. Come scrive l’economista Wladimir Andreoff dell’Università di Parigi: “tutte le analisi economiche dimostrano che più grande è il giro di soldi in uno sport, più grande è la corruzione”.

 

E così la decisione della Corte Suprema richiede una revisione del caso Donaghy. Se fosse dimostrato che Donaghy aveva effettivamente indirizzato le partite che aveva diretto, verrebbe alla luce una verità scomoda, che quasi tutti – leghe, squadre, tifosi, giocatori d’azzardo – preferirebbero ignorare: quanto sia facile e proficuo truccare uno sport americano.

 

Agli inizi del 2017, col pretesto del decimo anniversario dello scandalo, ESPN ha deciso di riprendere le ricerche. Tutto questo ha comportato interviste con più di 100 persone, tra cui arbitri NBA (attuali ed ex), personale NBA (attuale ed ex), giocatori d’azzardo, bookmaker, avvocati, agenti delle forze dell’ordine e amici e parenti di Donaghy (Donaghy stesso ha ripetutamente declinato le richieste per un’intervista.) Sono state richieste garanzie sulla Legge riguardo la libertà di informazione. Migliaia di pagine di documenti giudiziari e investigativi sono stati attentamente esaminati. Si sono spese centinaia di ore per guardare ogni partita NBA diretta da Donaghy  nella stagione 2006-07 e registrare ogni chiamata sbagliata: i dati risultanti sono stati poi analizzati e confrontati con i movimenti delle scommesse di tutte quelle partite.

 

Due anni dopo, la storia può essere raccontata: questo è il resoconto definitivo su come Tim Donaghy ha cospirato per truccare le partite  NBA e come, così facendo, ha involontariamente arricchito una moltitudine di giocatori d’azzardo per centinaia di milioni di dollari.

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ATTO II: Un Uomo Semplice

Mendy Rudolph, Yogi Strom, Jake O’Donnell, Billy Oakes, Ed. T. Rush, Joey Crawford, Steve Javie, Tom Washington, Mark Wunderlich, Duke Callahan, Ed Malloy, Mark Lindsay, Aaron Smith, Tim Donaghy, tutti arbitri NBA, in attività, ritirati, morti o (nel caso di Donaghy) caduti in disgrazia, tutti nati o cresciuti nei dintorni di Philadelphia. Se mai esistesse una culla degli arbitri di pallacanestro sarebbe questa.

 

Oakes era lo zio di Donaghy, Gerry Donaghy, suo padre, ha arbitrato a lungo le partite di più alto livello della NCAA. Malloy, Crawford e Callahan andarono tutti al liceo Cardinal O’Hara, l’alma mater di Donaghy, una culla nella culla. “Era un lavoro che ero nato per fare” scriveva Donaghy nel suo memoriale del 2009, Personal Foul, ma la frase nascondeva un doppio significato. Con la fortuna di avere le giuste conoscenza e dopo 4 anni di arbitraggi nella CBA, la Lega minore della NBA, fu chiamato al piano di sopra nel 1994. Aveva 27 anni.

 

La vita di un arbitro ha le sue contraddizioni. Durante la stagione è dura, dispendiosa, parecchio stressante. Lo sforzo però è ben pagato, nel 2007 i rookies (tra gli arbitri – ndr) potevano guadagnare anche somme a sei cifre. E poi c’è la off season. Per molti versi è come un pre-pensionamento. “Se non c’era pallacanestro aveva moltissimo tempo libero” dice uno degli amici di Donaghy.

 

Nel 1998 Donaghy entrò in un club di West Chester, Pennsylvania, chiamato Radley Run nei pressi del quale aveva costruito una casa molto spaziosa. Al club aveva stretto amicizia con alcuni golfisti, andava a giocare quattro o cinque volte a settimana. Al golf, però, si aggiungevano le bevute e le scommesse. Spesso e volentieri finivano al Borgata, un casinò di Atlantic City, lì Donaghy indossava un cappellino da baseball abbassato sulla fronte: tutti sapevano delle telecamere e la NBA aveva proibito qualsiasi tipo di gioco d’azzardo ai propri arbitri (con la strana eccezione delle corse dei cavalli).

 

A volte Donaghy rimaneva a casa. “Era come un single ma sposato e con 4 bambini” dice Kim Donaghy, la sua ex-moglie, “giocava a golf e andava a scommettere”.

 

Probabilmente l’amico più stretto di Donaghy era Jack Concannon, con cui si conosceva dal liceo. Come per molti altri di quella compagnia, Concannon aveva un bookmaker, Peter Ruggieri, anche lui assiduo giocatore di golf e frequentatore dello stesso giro. Basso, squadrato e senza collo, Ruggieri era un uomo massiccio e il suo aspetto gli aveva procurato il soprannome di ‘Rhino’negli ambienti diversi dal club.

 

Donaghy scrisse che Rhino aveva sviluppato un sistema ad handicap, come per il golf, per scommettere sui vincitori delle partite di football NFL e NCAA. Nell’ottobre 2002, Donaghy e Concannon decisero di scommettere i propri soldi guardando alle scelte di Ruggieri (Concannon ha declinato ogni commento su questa faccenda). Questa era una chiara violazione delle regole NBA, ma a Donaghy non importava. “iniziai a pensare, o meglio a rendermi conto, che tutti nello staff scommettevano” scrisse, “ero come un fumatore di marijuana che stava passando alla cocaina”.

 

Poi, a un certo punto nel 2003, Donaghy e Concannon passarono il Rubicone. Secondo il resoconto di Donaghy, i due erano seduti da soli nella clubhouse del Radley dopo un percorso a golf quando decisero di iniziare a scommettere sulla NBA. E non solo quello… secondo i documenti del tribunale, i due decisero di scommettere proprio sulle partite arbitrate da Donaghy.

 

Ci sono alcuni equivoci riguardo allo scandalo Donaghy. Forse il più grande di tutti è che Tim Donaghy è stato un arbitro colluso con gli scommettitori per tutta la durata di una stagione disgraziata.

Non è corretto. In base agli incartamenti, risulta che Donaghy e Concannon piazzarono la prima scommessa su una partita di Donaghy nel marzo 2003, più di quattro anni e quattro stagioni prima di essere scoperto.

 

È partito piano: in quel marzo piazzò solo due o tre scommesse sulle proprie partite. La stagione successiva però il volume aumentò considerevolmente – piazzò tra le 30 e le 40 puntate. Lo stesso la stagione successiva e quella dopo.

E lo fece bene: in base all’ammissione dello stesso Donaghy, cominciò a passargli per le mani talmente tanto contante che era preoccupato di dove metterlo “fisicamente” per nasconderlo alla moglie.

 

Oggi, Kim Donaghy vive a Sarasota, Florida, dove lei, le 4 figlie e il suo futuro ex-marito si trasferirono nel 2005. Kim chiese il divorzio a fine 2007, pochi mesi dopo che lo scandalo divenne di pubblico dominio. Quando l’abbiamo incontrata giorni fa nell’ufficio dove oggi lavora ha messo in chiaro che il divorzio sarebbe stato comunque questione di tempo. “Tim era molto, molto riservato. Era sempre chiuso in una stanza, al telefono”.

A Sarasota, Kim ci ha stampato le prime 98 pagine del suo memoriale, non ancora finito e pubblicato, La Moglie Dell’Arbitro. In esso, scrive del paradosso di sentire la mancanza del marito e di esserne spaventata allo stesso tempo.. Descrive il momento in cui raccolse la sua divisa da arbitro ufficiale per lavarla e ci trovò dentro un rotolo di biglietti da 100 dollari stretto in un elastico… Quando le abbiamo chiesto ‘quanto grande?’ha mimato con le dita una O delle dimensioni di un’arancia. Ha faticato a ricordare il momento esatto, ma le pare di ricordare che è accaduto durante la stagione 2004. In quel periodo voleva autoconvincersi che quei soldi arrivassero da scommesse sui campi da golf. Ma di quei rotoli ne trovò altri man mano che la stagione progrediva. Non li contò mai e non gli chiese mai di rendergliene conto.

“Perché?”

La risposta è stata breve: “Paura”.

 

Lo hanno chiamato “L’Ufficio”. Mike Rinnier, un grande giocatore che aveva fatto fortuna coi supermercati della contea del Delaware, decise negli anni ’80 di finanziare un piccolo gruppo di scommesse sportive. Lo aprì per i giovani della Delco, la classe operaia con l’ambizione di guadagnare. “Erano ragazzi intelligenti che non riuscivano ad avere dei lavori a tempo pieno”, dice un ex giocatore d’azzardo che li conosceva. Battista, che dopo la scuola si barcamenava tra l’essere un barista, un direttore di ristorante e un piccolo spacciatore, aveva circa 20 anni quando, secondo Gaming The Game, un libro sullo scandalo Donaghy dell’ex detective della polizia di Philly Sean Patrick Griffin, Rinnier lo ha reclutato per unirsi al gruppo. Per caso, nel corso degli anni i suoi membri avevano acquisito tutti soprannomi animali: Tigre, Gallo, Rinoceronte, Foca, Pecora. E così la loro associazione venne conosciuta da alcuni come “gli Animali”.

 

Nei primi anni 2000 il mondo delle scommesse sportive stava attraversando un proprio boom simile a quello delle dot-com. Bookmakers illegali da tutti gli Stati Uniti, scommettitori professionisti e specialisti informatici erano tutti attivi nelle scommesse online, stabilendosi spesso in posti con scarsa supervisione legislativa come Costa Rica, Antigua, Jamaica e Curaçao.

 

Gli Animali arrivarono a Curaçao dove aiutarono a mettere in piedi un sito di scommesse chiamato PlayASAP. Era situato in una casa ad un isolato dalla spiaggia ed è lì che nell’autunno del 2003, tra una birra al Mambo Beach tiki bar, una partita a golf e una puntata al casinò dell’Holiday Beach Hotel, gli Animali iniziarono a guadagnare grazie a una brillante scoperta.

Rhino Ruggieri stava puntando le scommesse fatte da un tizio che conosceva dal campo da golf di nome Jack Concannon. Tornato a Philadelphia, Ruggieri aveva notato che le cifre scommesse da Concannon erano più alte in alcune gare NBA. E quelle scommesse vincevano, vincevano come a Concannon non era mai capitato. Normalmente questo tizio era uno scommettitore da $100, $200 o forse $500 e di solito perdeva. Ma all’improvviso questo venditore di assicurazioni ne puntava cinquemila su alcune partite e batteva i bookmakers. Com’era possibile? Ci doveva essere sotto qualcosa.

 

Visto che era affiliato con PlayASAP, Ruggieri gestiva le scommesse che prendeva a casa, incluse quelle che Concannon faceva proprio su quel sito. Tutti nell’ufficio di Curaçao avevano accesso al suo account: studiarono le sue scommesse e non ci volle molto tempo per scoprirlo. Dato che anche Ruggieri faceva parte di quel circolo di golf, sapeva che Concannon e l’arbitro NBA Tim Donaghy erano amici. Controllarono le terne di quelle partite, uno dei tre era sempre lui. Il fo**uto Donaghy.

 

Porca t*oia!! – pensarono. Donaghy e Concannon stanno scommettendo sulle partite di Donaghy e stanno facendo una fortuna!

 

Cosa fai quando ti capita di scoprire una cospirazione criminale in atto? Ciò che fecero Battista e gli altri fu di seguire il flusso di quelle scommesse e puntare a loro volta $30,000, $50,000, $100,000 a partita, secondo il racconto di una persona a conoscenza di quelle puntate. Grosse cifre dunque, ma non grosse a sufficienza da far temere al resto di quel grande mercato che qualcosa di losco stava succedendo.

Avevano tra le mani il più grande tra i vantaggi e ora avevano un solo compito: non perdere quel vantaggio per una possibile fuga di notizie.

Il fatto che Donaghy usasse il fischietto per truccare la gare era fuori questione. Quando Donaghy ha arbitrato e Concannon ha scommesso, il risultato da lui scelto era giusto il 60-70% delle volte. Gli Animali si spinsero fino a studiare i box scores  dopo ciascuna delle partite di Donaghy. “Se guardavi le statistiche” disse un giocatore d’azzardo dell’Ufficio a quel tempo, “potevi vedere che stava chiamando più falli alla squadra contro cui aveva scommesso e meno falli alla squadra su cui aveva scommesso. Era ovvio.”

 

Disse un altro: “Ho pensato che stesse truccando le partite? Sì, l’ho pensato. Ma non me ne fregava un ca**o, era solo un’informazione grandiosa da avere. Dal 2003 al 2007 non abbiamo saltato una partita, abbiamo puntato somme su ogni gara che ha arbitrato”.

 

Una notte di inizio dicembre 2006, Tommy Martino ricevette una chiamata urgente da Battista. Assieme al resto degli Animali, Battista era ritornato da Curaçao nel 2004 dopo che PlayASAP era andata gambe all’aria. Battista decise che avrebbe allora aperto una sua agenzia di scommesse. Qualunque fosse stato l’argomento, Battista disse di non poterne parlare per telefono.

 

Dopo un decennio, nella sala d’aspetto del barbiere dove lavorava, ci ha raccontato com’è andata: Martino sapeva già che il loro amico comune Donaghy stava scommettendo, e vincendo, sulle proprie partite NBA assieme a Concannon. Battista, dopo averlo scoperto, ha seguito le scie di quelle puntate per buona parte degli ultimi quattro anni. Quando Battista arrivo a casa di Martino, però, sganciò la notizia bomba.

 

Il grosso problema, disse Battista, era che il mercato delle scommesse sembrava iniziare ad essere prudente riguardo l’emergere di un sistema di scommesse sul basket NBA sorprendentemente accurato. Poiché questo vantaggio, questo tesoro, rischiava di evaporare, Battista decise che doveva avere il controllo diretto dell’arbitro.

 

Martino non era un giocatore, forse non ha mai nemmeno piazzato una scommessa in vita sua, ma era rimasto molto amico sia di Donaghy che di Battista i quali, invece, non erano in relazione così stretta tra loro. Martino, stava per diventare, suo malgrado, il ponte che avrebbe unito le due parti della truffa. A Martino, Battista sembrò disperato, quasi spaventato. “Devi organizzare un incontro con Donaghy”, gli disse.

 

Era il 12 dicembre 2006, un giovedì, alle undici di sera al Riverbend Bar dentro l’aeroporto di Philadelphia Marriott. Ed è lì, attorno a un tavolo di quella sala semi vuota, che Battista e Donaghy, con Martino testimone, strinsero il loro accordo. Battista chiese a Donaghy di non scommettere mai più con Concannon, in cambio, per fornire direttamente a Battista le proprie “scelte” sulle scommesse, Donaghy avrebbe ricevuto un compenso di $2000 a gara ma solo se il risultato scelto era quello vincente. Più tardi si sarebbe riferito a quell’incontro come “il Matrimonio”.

 

Ci sono diversi resoconti di quel meeting. Secondo alcune dichiarazioni di Donaghy ai federali, l’affare che voleva fare Battista rasentava l’estorsione. “Non vuoi che nessuno da NY  venga a casa tua”, gli disse Battista. “Non vuoi che l’NBA scopra cosa hai combinato con Concannon”.

Secondo Battista, invece, è stato Donaghy a richiedere un incontro. Sia Martino che Battista hanno dichiarato che non c’è stata alcuna minaccia, che gli animi erano sì tesi ma la situazione era sotto controllo; dissero anche che il momento in cui Donaghy si convinse di stringere l’accordo fu quando Battista gli disse “Sappiamo che vendi le tue partite a Jack” e, rigirando il coltello, gli disse anche quanto Concannon stava vincendo.

Donaghy si alzò dal tavolo. Doveva andare in bagno, disse, e fece un cenno a Martino di andare con lui. “Diventava così pallido a volte che sembrava giallo” ci disse Martino, “in bagno Donaghy mi disse ‘Tom, ci credi ca**o?’e io gli dissi ‘A cosa?’pensando ribattesse qualcosa del tipo ‘Mer*a, la notizia delle partite è arrivata fino a Battista!’e invece no. Sapete che mi disse? ‘Ci credi? Concannon sta facendo vagonate di dollari e non mi da nulla!’“

Tornati al tavolo, Martino e Donaghy dissero a Battista che avevano bisogno di fermarsi a una vicina stazione di servizio. Uscirono dalla stazione con delle cartine e proprio lì in auto, sotto le luci fluorescenti della stazione di servizio adiacente alla pista dell’aeroporto internazionale di Philadelphia, Martino rollò uno spinello. Se lo passarono – Battista, che aveva sniffato della coca poco prima, esitò – e mentre la macchina si riempiva di fumo fecero “un patto”, come ci ha raccontato proprio Martino.

Il patto era: “Non dirlo a nessuno, perché è così che ti metti nei guai”.

 

(Continua)

Fonte: ESPN.

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