Come gli Hornets e l’uragano Katrina hanno aperto la strada agli Oklahoma City Thunder

La quarta parte della storia dei Seattle Supersonics

L’Oklahoma non ha mai fatto parte del panorama sportivo professionistico, ma aveva il college di football. E questo, per la maggior parte della storia dello stato, è stato sufficiente. La gente dell’Oklahoma adorava gli Oklahoma Sooners o gli Oklahoma State Cowboys. Gli appassionati di altri sport sceglievano squadre di altre città, oppure le seguivano un po’tutte senza tifarne nessuna in particolare. Ma che ne pensavano di un eventuale arrivo degli sport professionistici nello stato?

“I campionati maggiori erano ancor meno che un sogno impossibile”, ha dichiarato Berry Tramel, editorialista sportivo per the Oklahoman. “Non avevamo mai neanche immaginato di poter entrare a far parte di una grande lega, di qualsiasi sport”.

Negli anni successivi al bombardamento del palazzo federale Alfred P. Murrah del 1995, quando la città si è riunita davvero per investire su sé stessa, allora si è iniziato a pensare più in grande. Oklahoma City ha cominciato a pensare di costruire un’arena. Ci sono stati dei dibattiti, ovviamente. Quei soldi potevano essere destinati a rafforzare altri progetti. A cosa sarebbe servita una grande arena ad Oklahoma City?

“E all’ultimo minuto hanno deciso di portare avanti il progetto dell’arena, così, nel 2001, quello che è stato poi chiamato Ford Center, è stato costruito alla modica cifra di 90 milioni circa”, ha dichiarato Tramel. “Era un’arena funzionale, molto solida, ma senza fronzoli”.

Sarebbe stata inaugurata nel 2006, circa 6 anni dopo il rinnovo della Key Arena di Seattle. Che cosa ci avrebbero fatto? Grandi concerti per qualcuno, o magari incontri del torneo NCAA. Ma il sogno proibito era che questa arena ospitasse una sua squadra.

E questo pensiero vagava per la citta, tipo: potremmo farlo? La nostra piccola città può davvero diventare la dimora di una grande squadra? Sembrava assurdo, ma ancora una volta ci si ricordava che questa era una città costruita da zero, costruita da persona abituate a provarci, a crederci. Ed era una città in cerca di un’identità, e disposta a pagare per averne una. A Seattle avevano una sorta di sazietà da stadio, ma ad Oklahoma City non era affatto così, loro avevano fame.

Una lega ha mostrato interesse, non la NBA, ma l’NHL. Oklahoma City ha riunito un gruppo di investitori, pronti a portare l’hockey professionistico in città. Il gruppo era guidato da un uomo di nome Clay Bennett.
“Eravamo un piccolo mercato fiorente per l’hockey, e la gente ne era entusiasta, anche se a dir la verità, la maggior parte di noi non ne sapeva molto di hockey, né era esperta di National Hockey League”, racconta Tramel. “Ma l’idea di entrare a far parte della lega era davvero allettante”.

Nel 1997 la NHL aveva deciso di aggiungere quattro nuove squadre, e sei erano in lizza per un posto: Nashville, Atlanta, Minneapolis-St.Paul, Columbus, Houston e Oklahoma City. “Era stata garantita l’espansione per 4 città”, racconta Tramel. “Siamo arrivati ad avere 6 finaliste, poi sono stati fatti gli ultimi tagli, e Houston e Oklahoma City sono rimaste fuori. Quindi abbiamo pensato, ‘Bene, ecco che la nostra chance di entrare a far parte di una grande lega svanisce, l’unica della nostra vita, almeno per la maggior parte di noi’”.

Sarebbe stata un’importante novità nella storia recente della città. In quel momento sembrava un fallimento, ma col senno di poi, ora è solo una cosa di poco conto, secondo il sindaco David Holt. “In fin dei conti, penso che sia stata una fortuna non ottenere quel posto in NHL”, ha affermato Holt. In effetti furono fortunati, perché ciò significava che il Ford Center sarebbe stato disponibile per un’opportunità ancora più grande, di lì a qualche anno, anche se purtroppo si trattava di un’opportunità figlia della sofferenza di un’altra città.

Il 29 agosto 2005, un enorme e mortale uragano distrusse una delle città della NBA: New Orleans, casa degli Hornets. Non voglio essere frainteso, in termini di impatto complessivo dell’uragano Katrina, la perdita di una squadra di basket è tra le cose di minor conto. Si tratta di un fenomeno che ha ucciso circa 2000 persone e distrutto circa 800000 abitazioni. È una delle più grandi tragedie d’America del 21esimo secolo. E la tiepida risposta del nostro governo è uno dei più grandi motivi di vergogna.

La storia che stiamo raccontando, comunque, è una storia di una squadra di pallacanestro. E Katrina ha avuto un ruolo cruciale anche in questa storia. L’arena di New Orleans, dove giocavano gli Hornets, ha subito danni relativamente lievi. Ma l’area intorno all’arena è stata completamente inondata. Nel giro di pochi giorni, ci si è resi conto che New Orleans non sarebbe stata più la stessa per molto tempo.

Speedy Claxton, point guard degli Hornets, era a casa a New York quando Katrina ha colpito. “Stavamo per partire per New Orleans per l’inizio del training camp”, ha raccontato Claxton. “E poi è accaduto. Non sapevamo cosa sarebbe successo se fossimo andati lì. Era una situazione in continua evoluzione”.
Il training camp NBA sarebbe iniziato entro un mese, e fu subito chiaro che gli Hornets non sarebbero potuti restare a New Orleans. Avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. “Era strano, perché non sapevamo cosa sarebbe successo, che cosa avremmo fatto, mentre vedevamo gli altri ragazzi raggiungere le rispettive città per giocare”, raccontò Claxton.

Un uomo in particolare doveva trovare una soluzione: David Stern, il commissioner NBA. Lo stesso uomo che, cinque mesi dopo, sarebbe andato a Olympia, Washington, per cercare finanziamenti per una nuova arena a Seattle, ottenendo un rifiuto da parte del presidente della camera Frank Chopp.

Nelle settimane successive a Katrina, Stern si trovò ad affrontare una sfida diversa da qualunque altra avesse mai affrontato prima. Un disastro naturale aveva distrutto una delle città delle sue squadre, lasciandola senza casa. Nel frattempo, Oklahoma City, aveva ancora un’arena priva di una grande squadra. Tramel ricorda di essere stato ad una partita di football subito dopo l’uragano. “Camminavo per il campus, quando ho ricevuto una chiamata da una persona di Oklahoma City”, racconta Tramel. “Mi disse, ‘Sai che gli Hornets non possono giocare la loro stagione a New Orleans, è impossibile’. Ovviamente, in quel momento a New Orleans accadevano 10000 cose, tutte più importanti dell’NBA. Lui continuò dicendo: ‘Ho fatto un paio di chiamate, e penso che possiamo portare gli Hornets a giocare qui. Ho sentito delle persone, tra cui il sindaco, ho chiamato anche a Clay Bennett. Gli ho messo la pulce nell’orecchio’. E ha concluso con: ‘Tieni d’occhio la situazione’”.

A quel punto, l’allora sindaco Mick Cornett, era già in contatto con Stern, così come lo era l’uomo d’affari che aveva provato a portare l’hockey ad OKC, Bennett. “Lo stesso giorno della partita di football, David Stern ha chiamato Clay Bennett”, ha affermato Cornett. “Clay era alla partita di football allo stadio di Norman, e mi ha raccontato di come si è allontanato per prendere la chiamata di Stern, che gli ha detto: ‘Ascolta, voi ragazzi potreste essere in grado di aiutarci. Gli Hornets sono senza casa in questo momento’”.

La città ha sistemato un sacco di cose, velocemente. Hanno dato uno sguardo al programma della squadra e al programma dell’arena. 36 delle 41 partite in casa degli Hornets erano in date libere sul programma dell’arena di OKC. Bennett chiamò ai suoi contatti in città. Hanno messo insieme delle “entrate garantite”, essenzialmente una combinazione di sponsorizzazioni e acquisti di abbonamenti su cui l’NBA sapeva di poter fare affidamento.

E l’hanno fatto. Hanno trasferito la squadra. I giocatori hanno preso le loro cose e le hanno portate in Oklahoma. Claxton lo ricorda come una specie di vortice. “Abbiamo preso un volo e poi siamo andati tutti in un hotel”, ha raccontato Claxton. “Ed è stata una situazione piuttosto strana. Voglio dire, tutta la squadra nello stesso posto, nello stesso hotel. Passavamo fuori da lì solo il tempo necessario per gli allenamenti. Al ritorno, eravamo ancora tutti insieme, le stesse facce viste fino a poco prima. Era una strana sensazione.

All’inizio nessuno sapeva cosa aspettarsi. I fan di Oklahoma City avrebbero trattato gli Hornets – gli Hornets di New Orleans – come se fossero stati i giocatori della loro città? La gente in città pensava che i fan avrebbero sostenuto la squadra per un senso di dovere, oltre che per il fatto che avrebbero potuto vedere tutte quelle famose star arrivare in città. Kobe e i Lakers, LeBron e i Cavs, ma anche altre star minori, come Ray Allen e i Seattle SuperSonics, tutti lì ad Oklahoma City. Poi, però, si è giocata la prima partita, ed è parso ovvio che la cosa sarebbe stata molto più grande di così. La squadra aveva basse aspettative: avevano alcuni solidi veterani ed una promettente point guard all’esordio, Chris Paul. E alla loro prima partita, hanno spazzato via i Sacramento Kings.

“Sai, non sapevamo davvero cosa aspettarci, perché non c’era una superstar nel nostro team in quel momento”, ricorda Claxton. “Quindi pensavamo che ci sarebbero stati perlopiù fan di altre squadre o giocatori, come Kobe. Poi è arrivato Iverson, ed eravamo convinti sarebbe stato pieno di suoi sostenitori, ma è successo tutto il contrario. I tifosi di OKC fischiavano gli avversari, ed io pensavo tipo: wow, fantastico. Sembra che questa gente ci tenga sul serio, e sembra che stia facendo il tifo per la squadra della sua città”.

I Pelicans hanno giocato l’intera stagione in Oklahoma, e la loro giovane point guard ha vinto il premio di rookie dell’anno. Poi, l’anno successivo, con una New Orleans ancora in ripresa, hanno giocato 35 delle loro 41 partite casalinghe in Oklahoma, e le altre 6 a New Orleans. Era una squadra appartenuta a due città, contemporaneamente. Così ad Oklahoma City hanno iniziato a pensare: chi ha detto che non possiamo farlo ogni anno?

Traduzione a cura di Marco Claudio D’Amato

Fonte: The Ringer.

Commenta