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Chris Paul su The Players’ Tribune: La stazione di servizio

Chris Paul su The Players’ Tribune: La stazione di servizio

CP3 parla del nonno su The Players' Tribune

Vi ricordate quel pezzo di The Originals Kings of Comedy ( spettacolo teatrale del 2000 diretto da Spike Lee), in cui Cedric the Entertainer fa l’imitazione del vecchio di quartiere che parla sempre con la sigaretta che gli penzola dall’angolo della bocca?

Anche se siete troppo giovani per ricordarvi quel pezzo, se venite dal Sud, voi quel vecchino lo conoscete. Ogni quartiere ha avuto questo tipo di vecchietto. Lo potete trovare alla vostra stazione di servizio. Vi fermate con il rantolio del motore della vostra macchina ed eccolo che arriva passeggiando con calma pulendosi le mani con quel sudicio straccio rosso.

Riesce ad aggiustarla, signore?”

Se riesco ad aggiustarla? Ragazzo, sono qui da 30 anni. Sono qui da prima che tu nascessi. Certo che posso aggiustarla. Forza andiamo, ora. So riconoscere un problema al carburatore quando lo vedo. Portala nel garage.”

A parte questo, il discorso non suonava proprio così, perché allo stesso tempo formulava intere frasi mentre fumava una Winston. Quindi veniva fuori una cosa del genere: “ Canahfixit? Beenherethirtyoddyearnow. Courseicanfixit. Cmonnah, Knowadangcarburetorproblemwhenahseeitnow. Brangitinnagrage.”1

La sigaretta andava in tutte le direzioni mentre parlava, rompendo le leggi della fisica.

Quello era mio nonno. Quello era Papa, aveva aperto la prima stazione di servizio afroamericana nello Stato della Carolina ed era il più grande lavoratore che io abbia mai visto. Non era solo un colletto blu. Era anche un pantalone blu. Ogni singolo giorno, aveva lo stesso outfit. Maglietta da lavoro blu chiara, pantaloni blu scuri da lavoro, il panno rosso e sporco che gli fuoriusciva dalla tasca e la scritta “JONES” cucita in rosso sulla tasca del petto.

Se abitavi a Winston-Salem e avevi bisogno di un pieno di benzina o di un carburatore o semplicemente di due chiacchiere, andavi a trovare Mr. Jones.

La sera eravamo soliti sedersi a tavola per cenare e le sue mani erano così oleose che gli dicevamo: “Papa, hai bisogno di andare a lavarti!”

E lui di rimando, “Le ho già lavate!”

Non stava mentendo affatto. Amico, ha lavorato così duramente e così a lungo che l’olio gli si era radicato nella pelle. Nessun sapone poteva lavarlo via. Era letteralmente diventato la superficie della pelle.

Tutti lo conoscevano a Winston-Salem. Era una leggenda. Nessuno conosceva me o mio fratello con i nostri nomi. Per tutti, eravamo solamente “I nipoti di Mr. Jones”. Anche quando andai alla high school e stavo iniziando a fare un nome grazie al basket, era sempre la stessa storia, “Amico, il nipote di Mr. Jones non è per niente male”.

Quello era il tipo di peso, l’avere il suo nome, che bisognava portarsi sulle spalle. Ci seguiva. Era il mio migliore amico. Ogni volta che mia madre ce l’aveva con me per qualcosa, andavo a trovare Papa. Quando il coach era arrabbiato con me, andavo a trovare Papa. Cosa rende speciale i nonni? Non lo so spiegare. Colgono subito il problema, sapete di cosa sto parlando, no?

Era anche il mio capo. Da quando io e mio fratello avevamo 8 o 9 anni, lavoravamo alla stazione di servizio ogni estate. Ora che ci ripenso, fa un po’ridere, perché apriva la stazione di servizio intorno alle sette di mattina e noi, quindi, stavamo lì seduti a bere tazze di caffè con lui solo per svegliarci.

Non stiamo parlando di Starbucks. Questa era Winston-Salem, amico. Questo era il caffè Folgers la parte migliore del risveglio (Folgers è una marca di caffè liofilizzato e la frase in corsivo era, ed è, il suo slogan), con qualcosa come cinque cucchiai di zucchero dentro alla tazza. Amico, eravamo focalizzati solamente a fare più mance possibili. Ogni volta che qualcuno si fermava con la sua macchina, noi saltavamo letteralmente dalla sedia. Se andavano alla pompa full – service, stavamo tranquilli. Ma se si dirigevano a quella self – service, noi volavamo letteralmente lì il più veloce possibile. Perché avevamo più o meno quattro o cinque secondi prima che aprissero la portiera e uscissero dalla macchina. Se riuscivamo a batterli in questa “corsa”, insomma, chi avrebbe mai detto ad un adorabile bambino di otto anni di non farti il pieno?

Ci comportavamo in modo del tutto innocente.

Self – service? Che cosa è? Siamo qui per aiutarti, amico mio!”

Avevamo il nostro trucchetto studiato alla perfezione. Questo si poteva mettere in pratica solo in quel periodo in cui si pagava solo in contanti e dove ancora non esistevano le carte di credito. Ci occupavamo delle cifre tonde. Tutti dicevano: “Metti 30$, figliolo.”

Allora iniziavamo a mettere la benzina… 29,10$….

.

29,21$

.

29,30$

Perfetto. Click.

Il serbatoio è tutto pieno, amico mio.”

Nessuno con un minimo di dignità avrebbe provato a mandare un ragazzo di otto anni a prendere il resto di 70 centesimi. Era sempre così: “Tieni il resto, ragazzo.”

In questo modo risparmiavamo i soldi per le scarpe da basket e qualsiasi altra cosa che desideravamo. Ricordo che mio nonno era solito camminare in giro con un bel gruzzolo di contanti nella tasca posteriore dei pantaloni tenuti avvolti in un elastico. E noi dicevamo: “Papa, andiamo, abbiamo bisogno di un paio di scarpe!”

E lui ci rispondeva: “Voi potete avere quelle scarpe. Dovete solamente lavorare per averle.”

Stavamo lì tutta l’estate a bere caffè e ad imbrogliare. Ancora oggi, sento l’odore della benzina e penso a quel periodo. Tutto ciò che facevamo, lo facevamo come una famiglia. La mia famiglia, eravamo uniti in tutto. Lo eravamo a cena, in chiesa e anche alle partite di Rec League di mio padre. Andavamo solitamente con lui e correvamo sul parquet a tirare ogni volta che c’era un timeout. Mia mamma era in pratica l’addetta ufficiale alle statistiche. Il nome della loro squadra – e questo era come in Tobacco Road – era Professional Carpet Systems.

Quella era la compagnia di pulizia di tappeti dove i ragazzi della squadra lavoravano. Era una sorta di pubblicità gratis. Ma in realtà, mio padre non ci lavorava. Si era solo imbucato nella squadra. Ma avevano una delle migliori squadre e lui stava cercando di vincere il campionato! Sapeva cosa stava facendo. Era quasi arrivato il suo momento.

Mi ricordo che solitamente indossava la numero 44, perché George “the Iceman” Gervin era il suo idolo. Io, invece, ero più di un semplice fan di MJ. Avevo il suo orologio nella mia stanza. Ma quando andai alla high school, A.I. diventò il mio idolo. Volevo essere come lui. Volevo il crossover e le treccine. Così prima di una delle nostre più importanti partite alla high school, sentii di fare una cosa. Del tipo, ok, la faccio.

La sera prima andai a casa di un mio amico e sua sorella mi fece le treccine come Iverson. Sapevo che mio padre doveva alzarsi presto per andare a lavoro, così aspettai fino a che non fu tardi e poi sgattaiolai in casa. Non feci nemmeno un rumore, amico.

Il giorno successivo mi presentai alla partita e mi sentivo proprio me stesso. La squadra femminile giocava sempre prima di noi, quindi stavo sulle tribune a rilassarmi mentre guardavo la partita. All’improvviso vidi entrare dalla porta d’ingresso mio padre con tutta la mia famiglia. I nostri sguardi si incrociarono attraverso la palestra. Nessuna parola.

Lo stavo guardando come a dire: “Cosa?… Cosa?”

E lui mi fissava come per dire: “…Cristopher. Emmanuel. Paul”

Mi salutò in modo impercettibile ed io provavo a rimanere indifferente alla cosa davanti ai miei compagni di squadra. Andai lì da lui e tutto ciò che mi disse fu: “Sarà meglio che non ti veda entrare nel primo quarto con i capelli conciati così.”

Amico, mi girai e corsi dritto in bagno e sciolsi le treccine. Entrai in campo per lo shootaround con i capelli afro più ondulati del mondo. Insomma, immaginatevelo. Era una cosa ridicola. La mia famiglia ci ride ancora.

Quella sera segnò la fine del mio look in stile A.I. Durò più o meno 15 minuti. Cerco ancora di imitare il suo crossover.

Da bambino ero un fan sfegatato dei Tar Heels. Ma quando dovetti prendere una decisione su dove giocare al college, UNC aveva delle grandi point guard e l’allenatore mi disse che avrei dovuto aspettare che Raymond Felton andasse in NBA così da liberare un posto per me. Non potevamo permetterci il college senza una borsa di studio completa, quindi dovevo essere realista. Sapevo che volevo rimanere vicino alla mia famiglia cosicché loro potessero venirmi a vedere alle partite e sapevo che volevo andare in un grande ambiente accademico.

Quando arrivò il giorno della mia firma, non avevo un tavolo con un mucchio di cappellini come fanno questi ragazzi di oggi. Non stavamo lì a farci un sacco di video e tutto il resto. Nessuna telecamera di ESPN, niente del genere. Ero seduto ad un tavolo pieghevole nella palestra della scuola e firmai un pezzo di carta, tutti applaudirono.

L’unico cappellino che avevamo era quello che aveva in testa mio nonno. Era un cappello di Wake Forest. Venne verso di me e mi dette un grosso abbraccio e pose il cappellino sulla mia testa. Ricordo che aveva un sorriso enorme, con quei denti che gli mancavano, perché stava sbiascicando la dentiera.

E disse: “Ricorderò questo giorno per il resto della mia vita.”

Era così fiero di me. Quella sera, io e lui andammo a vedere Wake Forest a “The Joel”, posso ancora sentire l’odore dei popcorn, la musica della banda e vedere le divise da gioco, le scarpe e pensai che era tutto così pulito. Ricordo che pensai: “Quello sarò io con quelle scarpe! Mio nonno e tutta la mia famiglia saranno proprio seduti qui a guardarmi mentre gioco.”

Il college, amico. La ACC.

Chris Paul, Wake Forest.

In seguito, ero fuori a vedere la partita di football della mia high school, seduto sulle tribune. Ricevetti una telefonata da mio fratello.

Dissi: “Che succede?”

Mi disse: “Hey, sto tornando a casa.”

Era al college in Sud Carolina, a tre ore di macchina.

Gli risposi: “Cosa? Stai tornando a casa?”

Yeah… Papa sta poco bene.”

Sta poco bene? Ero con lui ieri sera.”

Yeah, sto arrivando. Chiama mamma.”

Iniziai a fare un paio di conti dentro la mia testa. Perché stava tornando a casa? Cosa sta succedendo? Non aveva senso. Mi alzai e corsi al parcheggio e, prima che potessi salire in macchina, mio cugino mi venne incontro.

Dissi: “Papa sta poco bene. Dobbiamo…”

Lui disse: “No. Papa … è stato ucciso.”

Non gli credevo. Qualcuno doveva essersi confuso. Nessuno avrebbe ucciso mio nonno. Era una follia. Era impossibile. Ci doveva essere stato un errore o qualcosa del genere. Salimmo in macchina e guidammo 20 minuti fino a casa di Papa e non appena uscimmo da Clemmonsville Road, prima ancora di entrare nella strada…

Per prima cosa vidi le luci. Rosse e blu, che lampeggiavano. Poi vidi l’ambulanza, le macchine della polizia e tutte le persone in strada. Sentii mia zia che urlava: “Qualcuno sa chi è stato! Qualcuno sa chi è stato!”

Scesi dalla macchina e iniziai semplicemente a correre verso casa di mio nonno. Ancora non ci credevo. Stavo correndo … quando mio zio mi fermò e mi strinse in un grosso abbraccio e tutto ciò che vidi fu il lenzuolo bianco steso su mio nonno, disteso sul pavimento del garage.

Era a pezzi. Non saprei nemmeno dirvi cosa successe nei giorni successivi. Ero da qualche altra parte, non ero presente.

Alcuni ragazzi lo avevano aggredito mentre stava uscendo dalla sua macchina. Lo avevano legato e gli avevano messo del nastro adesivo sulla bocca cosicché nessuno potesse sentirlo. Gli presero i suoi soldi e lo lasciarono lì. Non riusciva a respirare e il suo cuore cedette.

Tutto per un po’di soldi.

Il mio migliore amico. Il mio uomo, morto.

Sapete, molte persone hanno sentito parlare della storia di mio nonno perché, qualche giorno dopo, su un campo da basket segnai 61 punti, uno per ogni suo anno di vita. Quello fu il mio piccolo tributo nei suoi confronti, e credo che sia una buona cosa che le persone siano a conoscenza di questa storia proprio a causa di quella sera.

Ma sapete cosa? La sua vera storia non ha niente a che vedere con il basket. Ha lasciato il suo segno nel mondo per via di come si comportava con le persone. Era la roccia di tutta la nostra intera famiglia e comunità. Era il mio migliore amico.

Quando mia nonna è morta di cancro, avevo solamente 8 anni. Non me lo scorderò mai, ero seduto vicino a Papa al funerale e stavo piangendo. Teneva il suo braccio su di me e mi disse: “Non piangere. Devi essere forte per tua mamma ora, non piangere.”

Ebbe la forza di dirmi quelle parole in quel momento, proprio nel momento in cui aveva perso sua moglie.

Crescendo, mi feci degli amici. Un po’di fratelli. Ma nessuno era come mio nonno. Le persone mi chiedono a volte se mi fa male il fatto che non sia mai potuto venirmi a vedere a Wake Forest oppure venire draftato nella NBA.

Sicuramente mi fa soffrire.

C’è un momento in particolare, dopo la mia prima apparizione all’All Star Game. L’NBA fa sempre questo brunch a cui invita tutte le leggende. Mio padre venne con me, non dimenticherò mai la sua espressione quando lo presentai a George “The Iceman” Gervin e Dr. J.

Era così felice. Sorrideva. Fu un grande momento per noi, venendo da dove venivamo noi poi… Professional Carpet Systems, numero 44. E ora è lì che condivide delle storie con Iceman mentre mangia dei pancakes.

Vorrei che mio nonno fosse stato lì con noi a condividere quei momenti.

Ma sapete cosa? Quei momenti fanno parte della pallacanestro. Ciò che vorrei di più sarebbe vedere mio nonno con i miei figli. Sarebbero stati dei veri partner. Si sarebbero divertiti un sacco.

Il dolore non va via. E nemmeno ciò che ha lasciato. Lo vedo nel modo in cui i miei figli guardano mio padre. Ora lo capisco. Mio padre, tutto quello che vuole è stampare un sorriso in faccia a mio figlio.

I nonni, amico. Loro semplicemente ti capiscono subito, sapete? Lo fanno davvero.

Sono ancora il nipote di Mr. Jones. La sua presenza è parte di quello che facciamo come famiglia. Quando andai in NBA, creai la mia fondazione in suo onore, e il mio scopo era veramente semplice. Volevo semplicemente fare ciò che lui aveva fatto per me, per più bambini possibile – volevo farli sentire come se il luogo da cui provenivano non fosse importante, perché hanno una chance di fare grandi cose nella loro vita.

Puoi averle. Devi lavorare per averle.”

Ogni anno, due studenti da North Carolina vanno a Wake Forest con una borsa di studio intitolata a Nathaniel Jones. Mio nonno. Il mio migliore amico. Il primo afroamericano a possedere una stazione di servizio nello stato. L’unico uomo che poteva darti consigli di vita con una Winston accesa in bocca.

A volte penso alle sue mani. Quattro decenni di olio. Nessun sapone avrebbe potuto fare qualcosa. Mi fa sorridere.

Il suo lascito non può essere lavato via.

La mia famiglia… siamo ancora molto uniti.

1È controproducente tradurlo perché si andrebbe a perdere quella componente comica intrinseca del parlato del sud degli Stati Uniti coordinata all’elemento istrionico della storpiatura dovuta alla sigaretta.

Photo: Matteo Marchi

Fonte: The Players' Tribune.

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