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Che Diamine E’ Successo A Darius Miles? (Parte 3)

Che Diamine E’ Successo A Darius Miles? (Parte 3)

L'incredibile racconto dell' ex stellina di Clippers e Blazers su The Players' Tribune

– Prima Parte –

– Seconda Parte – 

 

(Segue)

Il mio OG (Original Gangster – ndr) era solito dirmi perle di saggezza che io non volevo ascoltare.

Mi diceva “Puoi restare con i piedi per terra. Ma non farlo fino in fondo“.

Avevo l’abitudine di tornare a East St. Louis tutte le estati, anche quando ero nella Lega. Ho praticamente comprato tutto l’isolato in cui sono cresciuto. Mi ricordo che non appena ho iniziato a fare un po’  di soldi, tutti cominciarono a dirmi “Non dimenticarti di noi”

E ho promesso che non l’avrei fatto.

Ero convinto di tornare per i ragazzi, per mostrare loro la macchina che guidavo, o come vivevo, o per raccontare loro queste storie… Solo per mostrare che era possibile uscire da lì.

Ero convinto che la strada mi amasse. E’stata la mia maledizione.

La strada non ti ama, la strada non ama nessuno.

Quando sei giovane pensi che il denaro durerà per sempre. Non importa quanto tu sia in gamba o come ci sei arrivato, quando passi dal non avere nulla ad avere milioni a 18 anni non sei preparato.

Se avete letto i titoli di giornale su di me ultimamente sono tutti sulla mia bancarotta. La gente mi chiede come ho fatto a perdere tutti quei soldi.

Quella è la parte semplice da spiegare. Avete già sentito la storia un milione di volte per un milione di giocatori. Il clichè è quello del tizio che perde tutto comprando Ferrari eccetera. Ascoltate, ci vuole MOLTO tempo ad andare in bancarotta comprando Ferrari, ciò che ti porta alla rovina sono affari poco puliti.

Fanno sparire i soldi in un lampo.

Se devo essere onesto però, non è quella la parte interessante della mia storia. Alla fine, quando ero nel mio punto più basso, dei soldi non mi importava nemmeno più. Non mi importava più di nulla. Non riuscivo nemmeno ad uscire di casa.

Ero paranoico, depresso, avrei potuto far male a qualcuno.

Ero in un posto molto, molto oscuro.

E’pazzesco a ripensarci ma sei anni dopo essere stato all’apice con quei giovani Clippers ero praticamente fuori dalla Lega. Avevo 27 anni e i dottori mi dicevano che avevo il ginocchio troppo malmesso per poter giocare di nuovo a pallacanestro.

 

Per tutta la vita ho usato il basket come una via di fuga. Quando cresci come sono cresciuto io penso che ti porti dietro per tutta la vita una specie di stress post-traumatico. Non sono un medico ma quando cerchi di schivare le pallottole tutto il tempo ti cresce qualcosa dentro che non ti molla più. Ero solito sentire questa pressione dentro di me, intendo proprio una pressione “fisica”, ma potevo andare a scaricarla sul campo da basket. Potevo far fuoriuscire tutto, potevo schiacciare quella maledetta palla davanti a 100 o 20.000 persone e stare bene per un minuto.

Il basket mi è stato portato via a 27 anni e mi sono perso. Andavo avanti e facevo cose quasi per inerzia. Poi dopo un paio d’anni mi è stata portata via anche mia madre e sono uscito completamente di senno.

Quando sei in NBA le persone pensano che sei un supereroe. Forse pensi di esserlo tu stesso ma c’è moltissimo che accade sotto la superficie e nessuno ne ha la minima idea. Mia madre ha combattuto contro tre tipi di cancro mentre ero nella Lega: fegato, colon, ossa. Quando penso alle squadre dove ho giocato dopo LA (Cleveland, Portland, Memphis) il primo ricordo che affiora sono i dottori e gli ospedali di quelle città.

Ho dovuto fare i conti con queste cose durante la maggior parte della mia carriera e ho solamente cercato di… soffocarlo, mi capite? Mi sono sempre vantato di saper fare buon viso a cattivo gioco, non ho mai pianto, nemmeno una volta. La mia gente cadeva come mosche mentre ero in NBA: gli amici, i miei cugini, mia nonna e non ho mai pianto, non una dannata volta.

Ho perso mio nonno per un cancro alla gola, ho perso mia nonna per una malattia cardiaca. Ho perso il mio migliore amico Geracy in strada, accoltellato a morte nel 2004 quando siamo tornati in città per l’estate.
Non lo sto dicendo perchè proviate pietà, tutti attraversano momenti cupi. Sto solo dicendo che ho tenuto la testa alta durante tutto questo.

Ma per mia madre era diverso.

Non importa quanto tu sia duro, la mamma è sempre la mamma.

 

Ricordo di quando era vicina alla fine, faceva la chemio due volte a settimana e non riusciva nemmeno ad aprire il frigorifero. Non riusciva nemmeno ad avere un bicchiere di acqua fresca. Un giorno andò per sollevare il cane e si ruppe il braccio. Stava come scomparendo davanti ai miei occhi. Era mia madre, mi spiego? Quella che andava a prendere la pistola quando un tizio me ne puntava un’altra contro. Era la persona che mi guardava sempre le spalle.

Le ultime due settimane non riusciva nemmeno a parlare

Non che dovevamo dirci nulla: è stata con me per tutta la mia vita, per tutto il mio percorso. Sapeva già tutto.

Quando morì mi si spezzò il cuore.

Dopo il funerale avrei dovuto pulire e liberare la casa ma non riuscii a fare nulla. Non lasciai la sua casa per un anno intero. E non scherzo, non arrivai mai oltre il cortile. Non avevo la forza di fare nulla, uscii dalla vita di tutti e non rispondevo ai messaggi di nessuno, nemmeno a quelli di Q. E non che la gente non stesse cercando di aiutarmi, solo non volevo nessun aiuto. Ero… scomparso.

Dormivo di giorno e stavo alzato di notte, bevendo vino e fumando erba per scacciare i pensieri. Ero paranoico. Avevo il porto d’armi quindi portavo sempre con me una pistola. Il momento peggiore è stato quando alcune persone mi dovevano parecchi soldi ed io ero arrivato a un punto in cui vedevo rosso. Mi sentivo come se stessi per fare male a qualcuno o per finire in prigione.

So che i tipi come me non dovrebbero parlare di depressione ma lo farò comunque. Se un vero figlio di pu**ana come me ne soffre allora ne può soffrire chiunque.

Sono rimasto nella casa di mia madre a East St. Louis per circa tre anni. Ho lavorato tutta la vita per uscirne ed eccomi lì, come intrappolato. Insonne, con la pistola, senza poter evitare i pensieri, senza poter trovare pace.

Poi una notte ne ebbi abbastanza.

Chiamai Q.

Q abitava da anni in Florida.

Gli chiesi “Q, è bello laggiù?”

“Cavolo, sì!”

Ho caricato un furgone e ho guidato per 14 ore filate di notte. Dovevo fare qualcosa, dovevo fare dei cambiamenti.

Sento la gente che chiede “che diamine è successo a Darius Miles?”

Chiedono dei soldi, ma non chiedono di mia madre.
Non chiedono da dove vengo e delle cose che ho visto.

Le ho provate tutte, ho fatto i soldi e li ho spesi. Sono passato dal Pink Slip all’Ermitage, sono stato sulle limousine. Ho vissuto la vita, ragazzi.

Ora, vivo nella stessa strada di Q, in Florida. Mi piace qui. Per la prima volta dopo anni riesco a dormire la notte. Non devo portare una pistola, posso finalmente avere la mia pace. Sto solo cercando di stare meglio e di essere una persona migliore, giorno dopo giorno.

Io e Q non abbiamo più la stessa auto. Non viviamo più quella fantastica vita ma sapete che c’è? Potete dire qualunque cosa su di noi ma non potete negare un semplice fatto.

Non importa chi incontravamo, MJ, Pierce, Kemp, un tizio a caso lungo la strada… sapevano tutti. Sapevano tutti chi eravamo e ciò che abbiamo fatto.

Nota dell’editore: lo sapevano tutti.

 

Stavo facendo il check-in in un hotel l’altro giorno. Un fattorino stava facendo una consegna, trasportava sacchi di qualcosa. Poi mi ha visto

“Hey… ma tu… tu sei… naaaa!”

Non doveva dire nient’altro, mi ha guardato negli occhi dall’altra parte della hall e li ha tirati su

Due tocchi sulla fronte.

Lo sapeva.

Quindi, che diamine è successo a Darius Miles? Un sacco di cose, ragazzi. Un sacco di cose sono successe a Darius Miles.

Ma è il 2018 e vi dirò una cosa.

Sta bene.

Nota dell’editore: (due tocchi dulla fronte)

Fonte: The Players' Tribune.

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