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Che Diamine E’ Successo A Darius Miles? (Parte 2)

Che Diamine E’ Successo A Darius Miles? (Parte 2)

L'incredibile racconto dell' ex stellina di Clippers e Blazers su The Players' Tribune

– Prima Parte – 

 

(Segue)

Lasciate che ve lo spieghi io, Non credo che la gente comune capisca veramente quanto sia folle passare dal liceo all’NBA. E non solo all’NBA, ai dannati Los Angeles Clippers.

Prima dei social media.

Se Twitter fosse esistito già allora sarebbe stata la fine.

Nota dell’editore (Quentin Richardson): la fine.

Eravamo soliti far perdere la testa ad Alvin Gentry. Ci siamo presentati al primo giorno di training camp con le pistole ad acqua.

Nota dell’editore: erano enormi, con la tracolla e tutto il resto.

Mi ricordo che siamo entrati all’improvviso terrorizzando chiunque e Derek Strong, il boss dello spogliatoio, ci guardò glaciale dal suo armadietto e disse “Non provate a spruzzarmi dell’acqua addosso”.

Eravamo solo dei ragazzi, tutti noi. Io, Q, Lamar Odom, Corey Maggette, Keyon Dooling. Sembravamo una squadra di college, Andavamo insieme dappertutto, non meno di cinque alla volta. Immaginatevi al giorno d’oggi cinque giocatori NBA che vanno insieme al centro commerciale ed entrano da Macy’s tipo “Come butta?”

Era un’altra epoca, l’apice dell’era Sterling. Ci si allenava allo JUCO, un junior college in South Central.

Nota dell’editore: non ci si poteva nemmeno lavare. Le docce erano dei dei vecchi raccordi con un enorme tubo al centro della stanza da cui partivano getti qua e là, la metà non funzionava, una cosa ridicola.

C’erano giocatori che arrivavano da Inglewood al parcheggio dello JUCO in Aston Martin e Ferrari, ogni tanto qualche studente uscendo di classe strabuzzava gli occhi.

Io e Q eravamo abituati a situazioni del genere, ci siamo cresciuti così.

Ma avevamo anche gente come Eric Piatkowski che veniva dal South Dakota e sembrava pensare “Ma che cavolo sta succedendo?! Tiratemi fuori di qui.”

Per noi era quella l’NBA, non sapevamo cosa ci fosse al di fuori. Ricordo però che quando siamo andati a Dallas per una gara di preseason e siamo entrati nei loro spogliatoi non riuscivamo a crederci: c’erano schermi piatti ovunque, avevano sedie riscaldate e tutto il resto.

Capimmo che forse c’era qualcosa che non andava.

Poi giocammo a Houston, e Moe Taylor che aveva appena lasciato i Clippers per andare lì sembrava uno che era riuscito ad evadere o a sfuggire a un rapimento. Ne segnò una trentina e dopo ogni canestro passava vicino al posto di Donald Sterling tenendosi lo scroto in mano.

Ragazzi, non è normale, pensavamo.

Capimmo che di sicuro qualcosa non andava.

Nota dell’editore: le persone ci chiedono sempre di Sterling perchè vogliono sentire storie pazzesche. Onestamente però non era sempre vicino alla squadra. Ogni tanto comunque entrava in spogliatoio di sorpresa assieme ai suoi amici centenari che indossavano cappotti di pelliccia. Noi eravamo nudi coi culi di fuori e lui partiva a dire cose tipo “Eccoli qui, guardate i miei bellissimi ragazzi!” E noi pensavamo solo ‘ma che ca**o…’

Sapevamo di essere finiti nella peggiore squadra della Lega e sapevamo di avere un proprietario piuttosto strano, ma sentivamo di avere il talento e l’energia per cambiare la situazione. Forse non avremmo vinto ma di sicuro avremmo fatto divertire.

Ora, sarò onesto con voi. Non sono mai stato un tiratore, non avrei potuto lanciare un sasso nell’oceano. Ma potevo schiacciare in testa a chiunque. Andate a recuperare qualche filmato: ero aggressivo, ero un cagnaccio.

Ho incontrato Shawn Kemp dopo aver giocato con Portland. Era uno dei miei eroi, guardavo sempre le sue cassette.

Mi disse “ascolta, non ti dirò come fare questo o quello ma una cosa lasciatela dire: ogni volta che vai a schiacciare, vai di potenza. Se lo farai sai che succederà?”
“Cosa, Shawn?”
“Che smetteranno di saltare e cominceranno ad agitare le mani e basta”

Ragazzi, dopo che Kemp mi disse questa cosa… cominciai a fare esattamente così, ogni volta che andavo per schiacciare andavo per distruggere il canestro.

E aveva ragione.

Dopo poco iniziarono tutti ad agitare le mani…

 

 

La città era elettrizzata. Se non eravate in giro allora e guardate solo le statistiche potreste pensare che stia mentendo

Ma non è così.

Vincemmo solo 31 partite la prima stagione ma sembrava avessimo raggiunto le Finali di Conference. Tutti ci mostravano amore.

Nota dell’editore: Tutti.

Mi ricordo un giorno in cui ero in ritardo per l’allenamento e stavo correndo sulla 405. D’un tratto guardo nello specchietto e vedo i lampeggianti. C’era un furgone della polizia non contrassegnato dietro di me, aveva anche i vetri oscurati. Era bello grosso.

Sapevo di essere oltre il limite quindi accostai, tirai giù il finestrino e cercai le carte da mostrare…

Poi sentii quella voce, profonda e roboante.

“DOVE VAI, RAGAZZO?”

Maledizione, pensai, mi hanno mandato il Sergente in persona? Mi voltai e non riuscii nemmeno a vederlo in viso tanto era grosso, potevo solo guardarlo nel petto.

“HO DETTO DOVE VAI, RAGAZZO?”

Si piegò in avanti e guardò dentro l’abitacolo, sfoggiando un ghigno enorme.

 

Era Shaq.

 

Gli dissi “Hey sto andando agli allenamenti, mi farai fare tardi!”

Non fece una piega, picchiettò la fiancata della mia auto, si girò e mi disse “Non preoccuparti di questo, pagherò io la multa. Fammi un fischio quando avrai bisogno.”

Mi ritrovai a guardare nello specchietto e pensare ma che diavolo…

Shaq aveva comprato uno di quei lampeggianti da mettere sul tetto della macchina come si vede in C.O.P.S.

Entra in auto, si fa una grassa risata e mi saluta.

Nota dell’editore: Shaq ti mandava davvero fuori di testa in questi modi. Era il personaggio più figo del mondo. Ti ricordi di quando ci ha invitato a casa sua per Capodanno?

Non riuscirei nemmeno a descrivere quello che stava succedendo… Entrammo in casa sua e Shaq stava proiettando questo film su un grande schermo. Come fosse un DVD, fatto in maniera professionale, un film vero. Solo che erano Shaq e i suoi amici che facevano stupidate, si fingevano ninja e cose del genere. Intendo veri ninja, tiravano le stellette e tutto il resto… E Shaq aveva questa enorme parrucca, faceva capovolte stile kung-fu e volava attraverso le finestre. Era una cosa da pazzi.

Nota dell’editore: mi volto un secondo e vedo Mystikal (rapper statunitense – ndr) che sta in piedi a mangiare patatine sconvolto dalla visione del film. Io perdo la testa e comincio a chiedermi se fosse tutto reale.

Il rispetto che ricevemmo dalle leggende della Lega è qualcosa che nessuno potrà mai portarci via. Negli anni 2001, 2002, 2003 chiunque schiacciasse sulla testa di qualcuno poi si toccava la testa con i pugni.

Due tocchi sulla fronte (The Players’Tribune Image)

Nota dell’editore: Vuoi raccontarla a tutti? Vuoi che sappiano la vera storia dietro al gesto?

Ne abbiamo sentite di ogni nel corso degli anni. Ogni tipo di teoria. Alcuni pensavano fosse un segno delle gang, altri credevano avesse qualcosa a che fare con gli alieni, altri ancora pensavano fosse un segno di scherno. Nulla di tutto ciò. Per qualche ragione, decidemmo di tenerlo per noi dal principio.

La verità è che… eravamo così giovani che non potevamo andare nei Club quindi di solito giravamo in macchina per LA e andavamo alle partite liceali. Di solito andavamo a quelle di Westchester High perchè c’erano le ragazze più carine

Nota dell’editore: Io volevo andarci, nei Club. Invece Darius mi trascinava a queste partite da pischelli e c’erano veramente delle ragazze convinte che sarebbero andate al ballo di fine anno con uno dei Clippers.

Ho 18 anni, ok? Il mio posto è quello, mi gingillo un po’e vado al ballo, perchè no? E comunque non era solo per le ragazze. Westchester aveva una bella squadra, andavamo a vedere giocare Trevor Ariza, Hassan Adams, Bobby Brown e gli altri ragazzi. Non so come è cominciata ma hanno iniziato ad alzare i pugni dopo aver segnato una tripla.

Uscivamo con loro e sembravano chiederci “Quando inizierete a renderci un po’di merito? Dai, mostrateci amore!”

E quindi io dopo una schiacciata e Q dopo una tripla abbiamo iniziato a farlo. Non ricordo bene chi dei due li alzò per primo. Due tocchi sulla fronte. Per i ragazzi di Westchester High.

Non l’avevamo programmato ma la cosa iniziò ad avere vita propria. Tutti cominciarono a farlo. Un giorno ero seduto sul divano a guardare un po’di football e Jerry Rice lo fece dopo un touchdown. Jerry fo**uto Rice che alza i pugni nella endzone. Era assolutamente inspiegabile, improvvisato, imprevisto.

Non significava nulla e insieme significava tutto.

Era… cultura, retaggio.

Nota dell’editore: abbiamo dato vita a un movimento, il tutto perchè D voleva andare al ballo.

Per un attimo siamo stati veramente “la cultura”.

Nota dell’editore: Anche con MJ

La gente ci chiede come sia stato possibile aver firmato col brand Jordan così giovani, da rookies.
E’una storia pazzesca, subito dopo essere stati draftati io e Q andiamo al Camp di Jordan a Santa Barbara. E’stato subito dopo lo Zo’s Summer Groove. Eravamo seduti col ghiaccio sulle ginocchia dopo una partita e MJ si incammina verso di noi, sembrava preoccupato. Anzi, forse è ‘deluso’la parola giusta.
Avete presente quando vostro padre vi guarda deluso?

Volge lo sguardo ai nostri piedi e dice “Cos’è quella m**da?”

Quell’estate la And1 ci aveva mandato un sacco di roba gratis. Sto parlando di casse piene di scarpe, vestiti, polsini. A quei tempi era una marca popolare e a noi sembrava fighissimo, avevamo 19 anni e non poteva andarci meglio!
A MJ non importava, ci guardava i piedi e sembrava veramente arrabbiato.
Abbiamo provato a rimediare, del tipo “Ehm, ce le hanno mandate… sono gratis… non lo sapevamo”
Alza lo sguardo e ci scruta.

“Ma volete essere della Nike, giusto?”

“Sì MJ!”

Si gira rincuorato e dice “Ok, ci penso io”

Dopo circa due giorni il nostro agente ci chiama col fiato in gola e ci dice “Ragazzi! Ho appena ricevuto via fax questi contratti dal Brand Jordan! Santo cielo!”

Voglio dire, la foto di Mike stava ancora sul mio caminetto a East Saint, ok? Il fatto che ci abbia mostrato rispetto e che ci abbia reso parte della sua famiglia significava più di qualunque cosa. Abbiamo iniziato a ricevere scatole e scatole di Jordan rarissime, inviateci via posta prima ancora che uscissero nei negozi. E, sembrerà stupido, ma è stato quel momento a darmi veramente i brividi. Se non sapete da dove veniamo forse non riuscirete a capire cosa voglio dire.

E’stato il momento del… Ragazzi, guarda dove siamo oggi.

Mike ci manda le scarpe.

Mike manda le scarpe. A noi.

Stiamo parlando di Mike.

Caspita, le indossava tutta la mia famiglia. Pure mia nonna.

Le ho fatte indossare a tutta East St. Louis.

Eravamo in missione, volevamo mostrarle col nostro stile. A ogni allacciata di scarpe volevamo intrattenere e far divertire. Pensavamo su serio di doverlo fare per la “cultura”.

 

Non dimenticherò mai quando Paul Pierce venne da me dopo il mio secondo anno nella Lega. Paul è uno vero, viene da Inglewood. Mi disse: “Ragazzo, lascia che ti dica una cosa. Non ho la maglia di nessuno di quelli che giocano nella lega, non mi interessano queste cose. Però ho la vostra, voi mi piacete.”

Era per noi il massimo del rispetto da poter ricevere. Eravamo nella peggiore squadra del campionato, col proprietario più strano del mondo, facevamo allenamento allo JUCO. Ma se eri qualcuno a Los Angeles in quegli anni volevi avere qualcosa di bianco, rosso e blu.

Eravamo aggressivi, eravamo tosti, eravamo lo Show.

Eravamo autentici.

E poi hanno mandato tutto all’aria.

(Continua)

Fonte: The Players' Tribune.

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