Brian Sacchetti e la Sassari del triplete: Competitività enorme, ogni volta ne succedeva una

Brian Sacchetti e la Sassari del triplete: Competitività enorme, ogni volta ne succedeva una

Le parole dell'ala della Germani Brescia a Basket dalla Media

Brian Sacchetti, ala della Germani Brescia, è stato protagonista della diretta Instagram di Basket dalla Media, condotta da Marco Barzizza, nella quale ha raccontato la sua esperienza, da giocatore e figlio, l’estate scorsa nei mesi di preparazione al Mondiale di Cina insieme all’Italbasket di papà. Momenti indimenticabili per lui, che spesso si è sentito dire di essere raccomandato, ma che nella realtà ha sacrificato tanto per poter diventare un giocatore di basket.

Come stai vivendo il momento e come pensi si ripartirà?
“Sono ottimista e convinto che quando torneremo in campo, anche ad allenarci, andrà bene. La soluzione arriverà presto e ci sarà talmente tanto entusiasmo che tutto il resto passerà in secondo piano. Tutti però dovremo collaborare. Ci saranno decisioni che non potranno ovviamente accontentare tutti, ma cerchiamo di non litigare l’un l’altro come società, lega e parti in causa; dovremo stare uniti. Noi italiani siamo abituati a non farci andare bene le cose quindi dopo un problema come questo, bisogna ricominciare coesi per ricordarci di questo periodo come un brutto incubo. Sarà un’estate di re-building e spero che quando si ripartirà tutte le società riusciranno ad esserci, perché molte di queste non ce la faranno, a tutte i livelli. Era la situazione che tutti volevano da tempo, l’occasione di ricominciare… certo, magari senza la pandemia. Adesso sta a noi come movimento cercare di farla andare bene”.

Sei rimasto a Brescia in questo periodo? Una città ormai che ti ha adottato.
“Si, io e mia moglie siamo rimasti. Aspettiamo ci dicano quando possiamo tornare in Sardegna, ma per stare in casa non cambiava nulla essere da una parte o dall’altra. Il giocatore di basket comunque deve tenere sempre la valigia pronta. Noi siamo stati fortunatissimi dopo l’esperienza a Sassari di arrivare in un posto, Brescia, dove si respira basket ma più in generale dove c’è un ambiente e una città bellissimi. E’ molto comodo e ci siamo trovati bene. E’ il terzo anno qui, speriamo ne verranno tanti altri e speriamo di ricambiare l’accoglienza che abbiamo avuto. L’anno prossimo torniamo (contratto ancora di un anno con la Leonessa), poi vediamo cosa accadrà”.

Compagno più simpatico a Brescia?
“Quest’anno come simpatia e gruppo è stato uno dei migliori di tutta la mia carriera. Da Ceron a Laquintana, a Zerini, David, Luca, Guariglia, gli americani che sono dei ragazzi super. Un gruppo molto simpatico. Fin da piccolo ho dovuto fare tanti traslochi, dovendomi spostare molto spesso per seguire mio padre. Sono sempre stato in movimento e ho conosciuto tanta gente, quindi mi sono abituato a dover abbandonare amicizie e farne delle nuove. All’inizio, quando finivano gli anni, mi commuovevo all’idea di dover lasciare persone che probabilmente non avrei più visto, adesso dopo anni ho capito che la vera amicizia dura anche dopo. Un esempio è il rapporto con Michele Vitali: ci sentiamo spesso, è un ragazzo d’oro”.

Papà e la raccomandazione
“Io sono chiaramente raccomandato e infatti hai visto che mio papà mi ha convocato in Nazionale… ma poi (ride, ndr). Ormai ci rido su. Fuori dal campo da basket assolutamente raccomandato, ma da mia mamma, dentro invece è una cosa che non mi sono mai sentito. L’ho sentito dire spesso ma ormai a 34 anni mi scivola addosso. Mio padre dice di essere stato troppo cattivo con me? Sono convinto che lo dica perché fin da quando ero ragazzino ci sono sempre state tante voci e lui non voleva mai far sembrare ai compagni di squadra che io fossi raccomandato e non mi ha mai regalato niente. Che mi abbia tolto qualcosa non credo neanche, ma sono contento che dica così e penso che senza di lui la mia carriera da cestista non avrebbe avuto questa evoluzione”.

Come hai vissuto l’estate scorsa verso il Mondiale in Cina?
“E’ stata un’estate incredibile. Tutto l’avvicinamento al Mondiale è stato un sogno cui tutti devono aspirare. Gli allenamenti, le interviste, il gruppo. Eravamo molto affiatati ed è stato bellissimo far parte di quell’esperienza. Ovvio poi non è andata come speravo, ma me l’aspettavo. E’ stato molto emozionante e la porterà nel cuore”.

Cosa ti ha lasciato?
“Una consapevolezza di aver partecipato a tutto quello, la conferma di tutto ciò che ho fatto sin da bambino. Ha ripagato gli sforzi e i sacrifici, per me come per tutti. Mi sono sentito un privilegiato ad accompagnare la squadra fino a li”.

E cosa pensi del nuovo corso azzurro?
“Giusto dare la possibilità a ragazzi nuovi, che arrivano ora a vestire la maglia azzurra. Con le prime finestre per le qualificazioni europee ne abbiamo visto alcuni come Spissu, Bortolani, Spagnolo. Sono il nostro futuro, nemmeno troppo lontano, è giusto far fare esperienza a chi se lo merita. Come in tutte le cose ci sono dei cicli che finiscono, l’importante è che questi due cicli ora si fondano in un obiettivo comune che saranno le Olimpiadi del prossimo anno. Possiamo programmare e questa coesione di veterani e giovani è doverosa per poter creare l’alchimia giusta verso il grande obiettivo dell’anno prossimo. Io non mi ci vedo, ma mio padre ha dimostrato che gioca chi se lo merita, quindi se farò 20 punti e 10 rimbalzi di media nella prossima stagione allora un posto me lo posso ritagliare”.

Cosa ti manca di più della pallacanestro?
“Dopo due mesi mi manca tutto. Preparare la borsa, aspettare di fare la fasciature prima dell’allenamento, la routine pre-partita, l’adrenalina, la maglietta, il pubblico, la sensazione della competizione, del gruppo, qualsiasi cosa. All’inizio pensavo a un momento di riposo, ma abbiamo un po’ esagerato adesso. L’altro giorno sono andato a fare due tiri al campetto ed è stato bellissimo: al ferro ci arrivo ancora, fare canestro non è un problema, è tutto il resto che è un disastro. Sarà una tragedia riprendere fisicamente (ride)”.

Se stai guardando “The Last Dance”, che opinione ti sei fatto?
“Pelle d’oca in ogni puntata. C’era grande aspettativa per questo documentario e non pensavo che fosse così bello. Mi ha riportato a momenti vissuti da ragazzino. E’ fatto benissimo; ho anche letto critiche ma secondo me è una figata vera. Ti fa capire cosa ci sia dietro una squadra vincente, la miglior della storia, però si vede come nello spogliatoio le cose non fossero tutte rose e fiori. Il cambiamento di Jordan da ragazzo a leader, personaggi pazzeschi come Rodman e Pippen, storie che io non conoscevo così con quelle sfaccettature”.

In una squadra vincente ci sei stato anche tu, la Sassari del triplete…
“La similitudine è che fuori sembrava fossimo pronti a spaccare il mondo ma dentro lo spogliatoio, ogni allenamento ne succedeva una. C’era un livello di competitività enorme. Non è stato il gruppo migliore dal punto di vista extra basket, c’erano dei giocatori con un grande carisma come Dyson, Lawal, che avevano caratteri così forti che a volte finivano con scontrarsi, ma non perché non si piacessero, piuttosto perché quando c’è una squadra forte le personalità più ambiziose vengono fuori. In spogliatoio abbiamo avuto litigate, abbiamo finito male la stagione regolare finendo quinti. Sicuramente è una similitudine con la storia dei Bulls, quella competitività ci ha portato a vincere tutto. La situazione da dentro a volte era pesante, ma ha ripagato ampiamente. Se non c’è questa voglia di lottare anche scontrandosi forse è meglio lasciar stare. A volte effettivamente è più vincente una squadra con qualche testa calda, piuttosto che un gruppo di grandi amici. Anche se non è in assoluto vero, perché altrimenti le società vorrebbero sempre prendere le teste calde e non è così”.

Ti sei immaginato in uno spogliatoio come quello dei Bulls?
“Da quello che ho sentito e visto doveva essere bello tosto. Hanno fatto vedere anche quando Pippen si rifiuta di entrare nell’anno in cui lui era il nuovo Jordan per la squadra. Come dicono i suoi compagni, si porta dentro quella situazione da anni e probabilmente così sarà sempre, tanta era la pressione che questi ragazzi dovevano sopportare. Mi sono immedesimato e credo fossero stati momenti molto difficili e se non ci fosse stato un pungo di ferro e un maestro Zen come Phil Jackson non sarebbe forse andata così”.

Cosa conta in un giocatore?
“La fame. Avere voglia di arrivare, di provare delle emozioni che magari senti quando guardi la tv e vedi i palazzetti pieni. Dev’essere quello che spinge un ragazzo a non uscire la sera quando la mattina dopo c’è allenamento oppure studiare presto la mattina perché dopo la scuola non c’è tempo perché c’è allenamento. Quello fa si che un giocatore possa andare oltre i limiti che madre natura gli ha dato o anche tecnicamente in termini di talento. La storia ci insegna che giocatori con un talento non così spiccato avessero carriere molto più soddisfacenti di giocatori che invece avevano un talento smisurato. Ovvio che il talento abbinato all’allenamento non si batte, però sicuramente uno che si allena tanto e fa della fame la sua arma può battere un talentuoso che non si è fatto il culo”.

Lo diceva anche Kobe…
“Eh si, lui è il mio Michael Jordan. Quando a 10 anni cominciavo a pensare al basket NBA pensavo a lui: il draft, la schiacciata sotto le gambe, le scarpe… e quella voglia di vincere, la mentalità di non guardare in faccia alle persone pur di arrivare al suo obiettivo. Stava antipatico alla gente all’inizio perché non ne capivano la mentalità, ma alla fine si è dimostrato uno dei migliori del gioco ed è una tragedia che sia finita così”.

Sei un giocatore metodico?
“Non pensavo di esserlo, invece mi sono reso conto negli ultimi anni che in campo faccio sempre le stesse cose prima di cominciare la partita. E quando ti abitui è difficile tornare indietro e mi viene in mente un passo del libro di Gigi Datome, in cui parla di ciò che gli diceva Chauncey Billups, ossia ‘Stick with the routine’ ossia rimani con la tua routine, perché ti aiuta a restare concentrato e ti fa sentire mentalmente pronto. Quando l’ho letto ho pensato che anch’io lo faccio: il primo terzo tempo in un modo, il secondo in un altro, il terzo in un altro ancora ma sempre in questo ordine. Quando c’è il fischio dei 3’ mi devo mettere io primo a prendere rimbalzo, prima di entrare negli spogliatoi in riunione pre-partita faccio sempre un movimento da 3 punti quando tutti gli altri sono già usciti dal campo. Prima cercavo di negare questa situazione, poi ho capito quanto mi aiutasse a iniziare in maniera concentrata. Una fissazione? Si, dirlo fa paura, però è così perché ci sono movimenti che ti sono venuti bene e quando l’hai fatto poi la partita l’hai giocata bene e allora lo rifai. E’ come vedere Kevin Durant che scrolla le spalle quando tira i liberi. L’abbiamo visto in tv ed è diventato un esempio. Ognuno ha la sua routine, anche solo perché ha portato bene, è tutta questione di testa”.

Fondamentali da migliorare?
“Io dovrei migliorare qualsiasi cosa, tutto (ride di gusto, ndr). Come se fossi nei videogame, che a fine missione ottieni punti abilità, io aggiungerei qualcosa a tutte le mie skills. Adesso è così nella realtà. So che sono più forte in un alcune parti del campo e su certi fondamentali, però forse sono arrivato in Serie proprio per quello, quindi se riuscissi a migliorare anche dove sono già bravo diventerei un giocatore migliore. Sono convinto che un giocatore di basket non smetta mai di imparare finché non smette di giocare. So che posso migliorare ancora nel palleggio, nel passaggio, nel tiro, poi è tutto l’insieme che fa la differenza”.

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