Ben Gordon su The Players’ Tribune: “Dove è la mia mente”

La traduzione del "potente" pezzo di Ben Gordon su The Players' Tribune: la depressione, il tentativo di suicidio e la rinascita

C’è stato un momento in cui ho pensato al suicidio ogni singolo giorno per sei settimane.

Andavo sul tetto del mio condominio alle quattro di mattina, salivo sul bordo del cornicione e guardavo giù e muovendomi avanti e indietro, pensando: “Sto per farlo, B. Sto per scappare da tutta questa merda”.

Tutto ciò è avvenuto subito dopo il mio ultimo anno in NBA quando vivevo in un edificio con terrazza – Brownstone – ad Harlem. Avevo perso la mia carriera, la mia identità e la mia famiglia praticamente simultaneamente. Ero depresso. Non mangiavo. Non dormivo. Ed in questo caso, sto parlando di un livello completamente differente di insonnia. Ogni notte mi svegliavo alla stessa ora, come un orologio. Ed è quello il momento in cui vengono fuori i demoni. Quando sei sveglio tutta la notte, c’è silenzio e sei solo con i tuoi pensieri più profondi: lì è quando l’oscurità inizia a prendere possesso della tua psiche.

Ecco il momento in cui la paranoia e l’ansia ti sopraffà.

“Loro” prendono il sopravvento.

Iniziai ad avere attacchi di panico così intensi da sentirne addirittura il “peso”, la “presenza”. Volete sapere come ci si sente? Letteralmente è come se ci fosse un mantello nero sopra di te, che ti copre e soffoca. Ma non si tratta solo di una sensazione fisica, senti la tua anima soffocare.

Ti viene voglia di urlare. Un grido che parte dai tuoi polmoni, un desiderio irrefrenabile.

A partire da quel momento non mi sentì più realmente vivo. È stato come vivere sott’acqua. Ricordo una notte passata con il mio amico Felipe, ci trovammo davanti al Williamsburg Bridge e io dissi: “Ehi, non mento. Credo di essere morto”.

Lui mi guardò come per dire: ecco Ben che ritorna con i suoi rant contro il mondo in stile Kanye West.

Ed io: “No, dico davvero. Questa non può essere la mia vita. Si tratta di una sorta di purgatorio del cazzo. Mi sento come se mi muovessi per inerzia. Mi sembra di essere uno zombie”.

Non avevo idea di cosa non andasse in me. Non avevo mia avuto il bisogno di consultare un terapista sino a quel momento ma, in quel determinato stato e fase della mia vita, l’unica spiegazione possibile al dolore che provavo era Biblica. Come se fossi già morto ed avessi abbandonato la vita terrena a favore di un “luogo” intermedio fra il paradiso e l’inferno.

E qual è il metodo migliore per risolvere questo tipo di situazioni? Parlarne con qualcuno, giusto?

A quel punto ero ossessionato con l’idea di abbandonare il purgatorio nel quale mi sentivo rilegato. Ed una notte, ebbi un attacco di panico particolarmente intenso e un unico pensiero affollò la mia testa: scappare.

Allora, presi una di quelle corde per saltare – quelle elastiche, per intenderci – e me la legai attorto al collo. Presi una sedia e mi impiccai, davvero.

Stavo scappando. Era stato così semplice.

Inizia a sentire le vene nella mia testa pulsare sino quasi ad esplodere e fu allora, in quel preciso istante, che mi resi conto che stavo “davvero per morire”.

Ehi, BG…

Stai per morire.

Tu non vuoi morire.

Tu non vuoi davvero uccidere te stesso.

Tu vuoi solo uccidere la tua ansia.

Tu vuoi vivere, B.

Tu vuoi VIVERE, maledetto coglione.

Faresti meglio a salvarti.

Resisti. Torna a lottare.

Tornai con la mente indietro nel tempo. Ricordo di essere stato ad una scuola domenicale nella quale il pastore spiegava che Dio aveva creato l’universo.

Le piante? Dio le ha create.

Le persone? Dio le ha create.

L’universo? Dio lo ha creato.

E ricordo che un pensiero attraversò la mia mente: “se Dio ha creato tutto, chi ha creato Dio?”.

Inizia a riflettere su tale interrogativo, entrando come in un loop di pensiero senza fine.

Se Dio ha creato tutto. Allora, chi ha creato Dio?

E all’improvviso fu come se non ci fosse più spazio, tempo e realtà. Ero intrappolato in questa spirale di pensieri senza fine. Un perpetuo stato di presenza/assenza: una condizione in cui non sono mai totalmente presente ma riesco sempre a notare tutto attorno a me, persino i dettagli più irrilevanti.

Ma ero un ragazzino e trovai la mia valvola di sfogo. Imparai ad incanalare tutte le mie energie in un’unica direzione: il basket.

Nella pallacanestro, l’ossessione non è una debolezza.

Il basket ricompensa l’ossessività.

L’individuo che ero sul campo differiva totalmente dalla mia condizione intellettiva ed emotiva. In campo la mia mentalità era simile a quella di un serial killer: identificavo e processavo ogni tendenza e debolezza del mio avversario cercando di trarne da esse un vantaggio tale che mi consentisse di battere chiunque avessi davanti. Questo è stato il mio segreto e ciò che mi ha condotto a duellare con i migliori atleti del pianeta nonostante fossi alto solo 185 centimetri.

Il mattino precedente ad ogni partita avevo l’abitudine di sedermi nello spogliatoio, chiudere gli occhi e simulare nella mia mente i 48 minuti della partita. Ogni singolo momento: dalla palla a due, i timeout televisivi e ogni sorta di piccolo dettaglio.

La mia mente avrebbe voluto spaziare e rendersi estranea da tutto quello che mi circondava ma il basket, anzi la mia ossessione per questo gioco, erano la mia cura. Il parquet, e tutto quello che sarebbe accaduto lì in quei 48 minuti, era l’unica cosa nella quale incanalare la mia creatività ed energia.  Ed eccomi: timeout nel 4° quarto di una gara punto a punto, un compagno di squadra si gira, osserva il mio viso e mi chiede: “sei annoiato o cosa?”. L’apparenza, come già detto in precedenza, è quella di una persona distante ma la mia mente è on fire. Penso e ripenso a ciò che dovrò fare affinchè possa ricevere la palla, liberarmi per il tiro, eseguire il corretto movimento con le braccia, “finire” il tiro con il polso e segnare 2/3 punti. Ogni volta per ogni tiro.

Ucciderti (in campo ovviamente).

Ben gentile. Ben calmo.

Ucciderti.

Dunque, quando vivi per oltre 30 anni della tua vita con quella mentalità e poi tutto d’un tratto sei sul finire della tua carriera e non ottieni più molti minuti in campo, come fai ad incanalare tutta il rancore e la delusione che ha internalizzato e compartimentalizzato per una vita intera?

Cosa credi che accada?

Andare da un terapista?

Impossibile. Sono un “tipico” uomo nero ed i miei problemi sono solo miei. Sono l’unico che deve affrontarli, pensai.

Per la mia intera carriera mi sono sentito come un lupo travestito da agnello. Ma ora, che con il basket ho chiuso, il lupo è venuto fuori. Tagliarsi i capelli e radersi non sono più necessità. L’unica cosa che conta sono i pensieri che riempiono la mia mente.

Parte del problema era che non sapevo nemmeno che ciò che stavo vivendo avesse un nome. Non sapevo che stessi avendo degli “episodi”. Qualcosa mi faceva scattare, letture sul tema della religione o su teorie complottiste riguardanti la spiritualità, e mi bloccavo. Avevo questa sorta di curiosità infantile verso l’inspiegabile. Il metafisico. Lo spirituale. Il mistico. E rimanevo lì come in un loop.

Non c’era tempo. Non c’era spazio. Solo un milione e più di pensieri.

Iniziai ad “attaccare” tutti come fossi Kanye West. Attaccavo i miei amici con questi lunghi rant/flussi di coscienza perché quella era la mia terapia. Ero in un loop e non conoscevo terapisti, i miei amici erano i miei terapisti, no?

Poi i loop si sono trasformati in insonnia.

L’insonnia in paranoia.

E la paranoia in delusioni di grandezza.

Venni cacciato dagli hotel per aver chiesto una stanza all’ultimo piano.

E delusioni si trasformarono in completi attacchi di panico.

Per esempio, camminai vicino al termostato nella mia casa. C’è un indicatore che illumina il numero [dei gradi, ndr] mentre ci passi vicino.

72 gradi.

Non riesco a non vederlo.

Adesso sono nella prigione dei miei pensieri.

BG, morirai all’età di 72 anni.

Non posso non vederlo. I giorni passano.

Sono bipolare. Non dormo, ho scariche di energia. Sono concentrato. Sono spontaneo. Faccio quello che voglio. È ora di andare a letto.

Non dormo, la mia mente corre e il mio cervello inizia ad avere dei crolli. Ho le allucinazioni. Vedo cose che non ci sono. Sento voci. Come se Dio stesse cercando di comunicarmi qualcosa.

Inizia ad attivare allarmi antincendio e roba del genere.

Venni arrestato.

Tutto precipitò e venni internato in un ospedale psichiatrico, e non ero ancora in grado di capire il perché mi stessi comportando in quel modo. Mi sembrava di essere in un film. Una stanza tutta bianca con i dottori e le infermiere che mi tenevano fermo sul letto. Avevano i camici e i guanti, mi bucavano le braccia con gli aghi e mi tagliavano i pantaloni all’altezza della vita.

Fu terrificante.

Ricordo solamente di averli supplicati affinché non mi ferissero e continuavo a non capire il motivo per il quale mi trovavo lì. Convinto com’ero che fosse tutto un fraintendimento e che si trattasse di un errore di persona.

Poi, mi guardai allo specchio e pensai: come fanno queste persone a non riconoscermi? Chi è quell’uomo nel riflesso?

Dov’è finito Ben?

Chi è quell’uomo con i capelli spettinati, legato ad un letto a cui fanno iniezioni? La polizia non riesce nemmeno a riconoscerlo. Non sanno chi sia. Quello non è Ben Gordon.

Quindi devo essere due persone diverse, no?

Chi è Gentle Ben?

Chi sono io?

E fu in quel momento che iniziai dissociarmi completamente da Ben Gordon. Ero convinto di essere un clone, che il corpo in cui ero non fosse davvero il mio corpo. Non poteva esserlo. Il mio spirito era intrappolato all’interno del corpo di un clone.

Creai un nome completamente diverso per questa persona. Avevo un indirizzo mail e un numero di telefono dedicato. Inviavo Mandavo e-mail alle persone per dirgli che avevo un nuovo nome: “Ehi, sono davvero io. Non dirlo a nessuno!’”.

Stavo compartimentalizzando tutti i miei traumi e paure come se fossi ancora in NBA, ma con la differenza che avevo già smesso si giocare. Non vi erano più frontiere, obiettivi. Fu come se il corpo e la mia anima si fossero divise in due.

So che sembra una storia divertente sino all’inverosimile.

Ma ricorda, può accadere anche te?

Anche a te che sei “normale”?!

Per strada vedi questa gente che – chiaramente – soffre e fai finta di nulla. Loro non sono come te, sono diversi, giusto?

Le malattie mentali coinvolgono chiunque, non fanno differenza di sesso, etnia, stato sociale, etc. Sia tu o una persona che ami possono, ad un tratto, manifestare sintomi di una qualche patologia mentale.

È un processo lento che inizia con il perdere controllo di sé stessi senza riuscirne a capire il motivo. Ho sempre intravisto il “seme di qualcosa di strano” di me ma non avevo idea di cosa adesso stessi sperimentando, non sapevo avesse un nome e che ci fosse qualcuno pronto ed in grado di aiutarmi a sconfiggere questa bestia.

Iniziai a credere di essere intrappolato in questa sorta di purgatorio per l’eternità e più cercavo una via d’uscita da esso, più i miei pensieri iniziarono a confluire in una sola direzione: il suicidio.

Ecco come finì con una corda al collo con l’intenzione di uccidere me stesso per fermare il male che mi affliggeva, mi condannava ad una sofferenza estrema ed eterna.

Ciò che mi salvo la vita fu l’essere arrestato: 4 volte in 5 mesi per la precisione. Ero ed agivo come una persona fuori di testa tanto che il giudice fu costretto a condannarmi a 18 mesi di terapia.

Quella cazzo di terapia.

In un primo momento, pensai sarebbe stato inutile. Cosa può sapere una donna bianca e più vecchia di me, di quello che sto passando? Come potrebbe mai dirmi di “utile”? Non può dirmi NIENTE!

E infatti…non lo fece.

Pronunciò a malapena qualche parola.

E io avrei dovuto sedermi e parlare dei miei problemi.

E sapete una cosa? È stato molto utile. Feci 6 mesi extra di terapia, per mia scelta. Non perché fossi obbligato ma perché mi faceva stare bene.

Mi aiutò a fronteggiare alcune zone d’ombra che mi ero sempre trascinato con me e, soprattutto, mi fece capire che non è necessario essere perfetti.

L’obiettivo non è la perfezione ma bensì accettarsi e stare bene con sé stessi.

So che per molti atleti quanto scritto sopra può suonare come una stronzata o indice di debolezza, poiché cresciamo e veniamo allenati per sentirci invincibili, superiori rispetto alle persone “normali”. Peccato che in realtà non sia affatto così.

Se hai dei problemi o dubbi è giusto andare da un’analista. Senza dare importanza a ciò che il resto del mondo può pensare a riguardo.

So bene quanto può ferire il giudizio altrui.

Ho sentito spesso frasi come: “hai saputo di Ben Gordon? È impazzito!”

Ebbene sì, hanno ragione. Forse sono impazzito.

Ma è stato una pazzia temporanea. Ho avuto i miei brutti momenti e mi sono fatto aiutare. Adesso posso dire davvero di conoscere me stesso. E continuo a lavorare su altri aspetti, su traumi che non ho avuto mai il coraggio di affrontare.

Questo per me è un nuovo inizio.

Spero che la mia storia aiuti qualcuno a prendere consapevolezza della propria vita emotiva e psicologica. E se hai qualche problema affine a quanto hai letto in queste righe, fatti aiutare. Non esitare.

Perché non sei pazzo, amico.

Non hai qualcosa che non va.

Sei solo umano come tutti noi.

Traduzione a cura di Alberto Alioto

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Fonte: The Players' Tribune.

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