Allen (Parte 1)

FOTO: usatoday.com

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La lunga lettera di The Answer su The Players' Tribune

 

A Larry Hughes piace raccontare questa storia.

E’  l’inizio della stagione, Larry è un rookie. Siamo nel parcheggio dei giocatori un giorno qualsiasi, dopo l’allenamento, scherzando e parlando del più e del meno. E mentre parliamo ci incamminiamo verso la mia Bentley.

Una Bentley non significa nulla per me, è solo una macchina. Ma non è così per tutti. Se sei AI… è una Bentley, se non lo sei, è una BENTLEY.

Comunque, Larry sembrava eccitato, stavamo andando verso una BENTLEY.

Aveva uno sguardo perso.

Voglio dire, Larry era lì, impalato… in una specie di “ipnosi da Bentley“, la guardava… poi si rivolse a me dicendo “AI, devo comprarmene una“.

Non ci ho nemmeno pensato su. “Amico, puoi avere la mia.”

Non ho mai visto nessuno così grato.

Ma ecco la parte divertente. Oddio, a dire il vero le parti divertenti sono due. La prima: devi essere Larry per credere che quella fosse la mia unica Bentley. Nah. Diciamo che… ne avevo più di qualcuna all’epoca, ok? Andiamo, sono generoso ma non così generoso.

La seconda dovete immaginarvela: Larry prende le chiavi, lancia la sacca nel baule e va fuori di testa. Ricordate: Larry non era mai salito su una macchina del genere prima d’allora. Se la stava godendo, probabilmente avrà anche pensato “oggi faccio il giro lungo per tornare a casa“. Se è la prima volta che guidi una Bentley non vuoi fare l’autostrada, vuoi essere visto.

Comunque, la mattina dopo l’ho visto all’allenamento e gli ho chiesto “Allora? Com’è andato il viaggio?”

Mi ha guardato come se avesse visto un fantasma. “Amico, sei spietato”.

“Di che parli?”

“No ok, lo capisco, è il classico nonnismo sui rookies”. Sembrava non avesse dormito un minuto.

Nonnismo?! Ma cosa stai dicendo?”

“NON C’ERA BENZINA.”

Ancora oggi Larry crede io gli abbia dato la mia macchina sapendo che non ci fosse abbastanza carburante e, soprattutto, che non sapesse leggere l’indicatore del serbatoio della Bentley. Quindi si era ritrovato a secco, solo lui e la Bentley, al buio, nel profondo di West Philly… e ci ha passato metà della notte prima che qualcuno arrivasse a tirarlo fuori.

La cosa che mi fa più ridere però è che per me Larry è uno di famiglia ma ha cominciato a raccontare questa storia a chiunque (e lo fa ancora oggi!) e poi ad un tratto la storia ha preso una vita propria, avete presente come succede? E’diventata una sorta di leggenda metropolitana col finale che cambia sempre. Metà della gente pensa “Wow, AI ha orchestrato tutto, che perfido” e l’altra metà pensa “Wow, AI ha regalato una Bentley a un rookie, che angelo“.

Non so perchè, ma ho ripensato a questa storia ultimamente. Più che alla storia in sé a ciò che rappresenta, che è più o meno ciò che mi è capitato per tutta la vita. Non sono mai stato una persona e basta, non sono mai stato solo me stesso. Alcune persone mi amano, alcune mi odiano, ma è come se tutti proiettassero su di me un bagaglio emotivo che non sempre corrisponde al vero. Il fatto è che sono speciale. Sono un’icona pop, un mito del basket. Chi mi odia usa questo come pretesto per attaccarmi su cose che nemmeno centrano troppo con me. I miei fan invece esagerano con l’amore… è quasi come se, a volte, fosse anche colpa loro! Trattarmi come se fossi un eroe quando non è proprio vero non ha aiutato.

Se c’è una cosa che non sono mai stato in vita è… normale. Una persona qualunque. Sono un bravo ragazzo? Sì, credo di sì – chiedete in giro su di me. Ho fatto degli errori? Amico e chi non ne ha commessi?. Dovrebbero inventare un numero tutto nuovo per quantificare i miei. Ma è nell’equilibrio tra i due estremi, tra i miei errori e il mio meglio che si trova il vero me, il vero AI.

Non so se siate mai riusciti a conoscerlo.

E’  questo il motivo principale per cui ho voluto approfittare dell’opportunità che mi ha dato The Players’Tribune, voglio provare a metterci una pezza.

Non voglio scrivere di Ty Lue, capite? Non voglio scrivere del ‘Practice’. Sono stufo di questi vecchi argomenti. Onestamente? Volevo scrivere questa lettera da persona comune, qualcosa tipo… “Ecco alcune cose su Allen Iverson che voglio sappiate, by Allen Iverson“. Cominciamo.

 

1. Amo disegnare.

Tante persone non lo sanno.

Vedete, vengo da un’epoca dove i giocatori tentavano di entrarti nel cervello passando dalle orecchie: Gary, Reggie, KG, Kobe – tutta quella generazione. La ragione per cui parlavano tanto? Per trovare il tuo limite. E’piuttosto buffo perchè non sono mai stato un gran provocatore come loro… ma ho trovato un mio modo di non oltrepassarlo, il limite.

Disegnare.

Esatto, disegnare.

Mi fai uno sgarbo, dici qualcosa che non mi piace, cerchi di tirare fuori il peggio di me? Mi sento libero di farti una caricatura. Già, prendo carta, pennino, l’inchiostro buono e ti massacro in stile cartoon. Prendo tutte le cose peggiori del tuo essere e ti scredito nel modo più spietato possibile. Nessuno voleva (o vuole!) essere ritratto da me.
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2. La notte in cui ho capito che non bisognava mettersi contro Coach Thompson.

Giocavamo in casa di Villanova, era circa a metà del mio anno da freshman. La rivalità era forte e accentuata dal fatto che tutte e due le squadre fossero nel ranking, quell’anno.

Siamo usciti dal tunnel e abbiamo iniziato il riscaldamento. Tutto bene, eravamo pronti. C’era grande energia nel palazzo. D’un tratto però uno dei nostri nota qualcosa… indica il pubblico.

Non lo scorderò mai.

C’erano quattro uomini che facevano rumore sugli spalti. Avevano tutti manette, catene e delle tute arancioni… quelle tute arancioni. Ricordo che uno dei loro striscioni diceva:

ALLEN IVERSON: IL NUOVO MJ

Ma MJ era modificato col pennarello per sembrare “OJ” (Simpson – ndr).

Cercate di capire… oggi sono un uomo adulto ma all’epoca?? Avevo 19 anni, quasi un bambino. Non era proprio come se fossi imbarazzato dal mio passato o dalla mia provenienza – MAI da quello comunque. Ma allo stesso tempo pensavo Maledizione, riuscirò a lasciarmi alle spalle qualcosa una volta tanto? Posso andare al college, essere un ragazzo normale e giocare a basket? Vi dirò questo: non esiste lusso al mondo paragonabile al non avere pensieri. Tutti inseguono i soldi, la felicità, questo e quello, ma nulla è meglio della pace. E ho imparato che alcune persone non me l’avrebbero mai concessa.

Ciò che rendeva Coach Thompson speciale era che lui sapeva, mi leggeva dentro. Ha visto il mio cuore andare a pezzi in quel momento, ma sapeva di non potermi proteggere da tutto ciò che avrei incontrato la fuori nel mondo.

Però ci ha provato.

Ecco cosa fece Coach Thompson, IL MIO Coach, per me quella sera: Non chiese la rimozione degli striscioni, non urlò o fece sceneggiate. No. Camminò tranquillamente verso di noi, ci disse di lasciare le nostre cose in panchina e che stavamo per abbandonare il campo. Nessun Dramma, lasciamo il campo, a testa alta. Eravamo lì e… poi non c’eravamo più.

Una volta fuori, tornò in campo solo lui e disse agli arbitri: “Hey, nessuna mancanza di rispetto, a nessuno di voi, ma questo è ciò che succederà: se non fate uscire subito quei quattro pezzi di m**da, e intendo subito, noi diamo forfait. Capito?”

Capirono.
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3. Sono un grande appassionato di cinema

Uno dei miei film preferiti in assoluto è Heat, il film in cui Al Pacino fa il detective e indaga su questi tizi bianchi che rapinano banche e sono PARECCHIO bravi! Robert De Niro è il boss, Val Kilmer il suo secondo e Ashley Judd la sua donna… una bella crew. Il personaggio di De Niro, come anche gli altri, è glaciale: “Se vuoi fare questa vita non farci entrare niente da cui tu non possa sganciarti in 30 secondi netti“. Ok, Robert!

Quando guardo un film mi piace prestare attenzione ai dettagli, mi piace analizzarli e scoprire cose nuove ogni volta. L’ultima volta che ho visto Heat? Beh mi ha colpito… Quei tizi sono FURBI, sapete perchè? Perchè indossano dei completi ed è come se mettere un vestito e una cravatta li riparasse da ogni sospetto a causa dei soliti stereotipi su chi si veste come, sapete che intendo. Capite il mio punto? Credo che il regista abbia provato a lanciare un messaggio: le cose che fai non saranno mai “importanti” come le cose che credono tu faccia.

Come ho detto, è tutto uno stereotipo.

Non credereste mai quante volte, all’epoca, mi è stato detto qualcosa riguardo ai miei vestiti. AI è un delinquente, i suoi capelli sono quelli delle gang, non si veste da professionista e migliaia di altre cose. Ma lo sapete di che state parlando? I gioielli sono solo gioielli. I capelli solo capelli. I vestiti solo vestiti. Ok, sono giovane e di colore e mi vesto in quel modo. Ma cosa faccio, come mi comporto? Esco dall’auto per andare in ufficio, per fare il mio lavoro.

E’  pazzesco, non ne avete idea! Andavo in giro, mettiamo nel 2001, ed ero popolare come non mai, probabilmente ero una delle 10 persone più famose del Paese. Se camminavo per strada ricevevo sempre richieste di autografi o si sentivano delle urla del tipo “HEY AI, COME BUTTA??” Ma ricevevo anche una marea di sguardi… avete presente quegli sguardi del tipo “non voglio offendere nessuno ma credo che passerò dall’altro lato della strada“? E’come se, alcuni si sentissero più sicuri con attorno un criminale bianco piuttosto che un nero famoso. Non è pazzesco?
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4. Vi dirò comunque perchè mi vestivo in quel modo.

E’  piuttosto semplice: se vieni da dove provengo io e sei stato cresciuto in una certa maniera, una delle cose che più ti influenzano durante la crescita sono i ragazzi più grandi e la loro moda. Ed è lo stile che anch’io ho sempre ricercato.

Dovete capire che da dove vengo non ci sono schiere di banchieri e avvocati che girano per il quartiere con abiti su misura… Nessuno di noi avrebbe mai pensato Quando prendo lo stipendio vado a farmi un bel completo di Armani. Per cosa poi? Di certo non per andare al lavoro, nessuno del quartiere aveva un mestiere che richiedesse quel vestire. Quindi sì, può capitare di arrivare a poterteli permettere, quei vestiti, ma non cambia nulla. Se ai tempi mi avessero regalato un completo avrei pensato Ora ho qualcosa di bello da mettere in chiesa ogni domenica. Davvero! Ve lo posso garantire, sul mio onore: i completi non erano uno status. Erano vestiti per la chiesa.

Quando arrivai nella Lega non è stata una cosa del tipo “AI: Extreme Makeover”, perchè avrebbe dovuto?! Non ero una persona diversa. L’“io” della NBA non era un “io” differente. Ero sempre Allen da Newport News.
Come ho già detto, crescendo tutto ciò che volevo era assomigliare a quei ragazzi più grandi di me. Quei ragazzi del quartiere che avevano creato il loro stile e che potevano permettersi di comprare vere scarpe, veri jeans, vere felpe e quant’altro. Come se fossero sempre in anticipo sulle mode prima che gli altri ne avessero anche solo un’idea, avete presente? Ecco, quello era lo status.

Ho fatto come ho fatto, sono arrivato nella NBA e un sacco di cose erano complicate, veramente un sacco. E l’argomento principale erano i vestiti?? Mi prendete in giro? Forse mi sarei potuto permettere delle cose leggermente migliori… e forse delle marche un po’meno aggressive… avrei anche potuto evitare di sfoggiare delle “nuove edizioni” così presto rispetto ad altri, ma nulla sarebbe cambiato. Può essere divertente pensarci adesso, anzi io ci rido su. Ma all’epoca? Con tutte quelle persone che mi dicevano di cambiare i vestiti, tagliare i capelli, coprire i tatuaggi? A me?!? Era come chiedermi di cambiare personalità.

Già che c’erano potevano dare un’occhiata al posto da dove provengo e poi schiaffeggiarlo in faccia.

Dicevano che potevo essere chiunque volessi in quella Lega… ma non potevo essere me stesso.

 

(Continua)

Fonte: The Players' Tribune.

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