Akele: Club Italia? Idea innovativa, Cremona potrebbe sostenere un progetto del genere

Akele: Club Italia? Idea innovativa, Cremona potrebbe sostenere un progetto del genere

Akele: Il vero sogno è giocare l’Eurolega, magari passando prima dal disputare un’altra coppa come Eurocup o Champions League.

Nicola Akele, ala della Vanoli Cremona quest’anno protagonista di un gran campionato (il suo primo vero nella massima serie) si è raccontato in diretta Instagram a Basket dalla Media, parlando dell’annata con Cremona e della futuribilità del progetto Club Italia, ma anche dell’esperienza americana al college, dove ha avuto la fortuna di incrociare tanti giocatori ora in NBA.

Come hai vissuto il 4 maggio, primo giorno di post-lockdown?
“Ho fatto un po’ di esercizi ma poi non sono uscito. Per me non cambia molto, ma vedo che per molta gente si. Quando ci dicono che possiamo allenarci allora si che uscirò davvero, ora vado solo a prendere cioccolati e caramelle visto che ci sono i miei e alla spesa pensano loro”.

Come ti trovi a Cremona?
“Molto bene. Società solida, staff preparato ed essere allenati da Sacchetti è una cosa in più. Tecnico blasonato, pretende tanto dai giocatori ma se credi nel suo stile di gioco ti dà tantissimo. E poi la Vanoli è come una famiglia, è facile per un giocatore ambientarsi perché ti senti parte di qualcosa”.

Quanto manca giocare?
“Tantissimo. Anche solo l’essere in palestra, essere in quel mondo li, toccare la palla. Anche le partite, ma già solo tirare in un cesto qualsiasi manca, perché in casa ho il pallone ma non ho canestri. E’ una cosa che a noi appassionati manca tantissimo, ma prima o poi ci faranno giocare. Mi esercito ovunque: pattumiera, cestino della roba sporca, lavandino, do sfogo alla fantasia”.

L’importanza di Sacchetti anche in Nazionale.
“Quella con l’Italia è stata un’esperienza indimenticabile, una cosa in cui speravo moltissimo e obiettivo che mi ero prefisso e per cui sono venuto alla Vanoli. Ero molto felice, è tutta un’altra cosa rispetto alle selezioni giovanili. Durante il raduno ero abbastanza tranquillo perché conoscevo già tanti compagni, ma quando è arrivato il giorno della partita mi sono agitato, ho sentito lo stomaco che traballava perché era una cosa nuova anche per me. E’ andata bene, è stato bello. Quando indossi quella maglia senti un dovere verso il popolo italiano, poi a Napoli c’era il palazzo pieno, una bellissima atmosfera. A me piace anche giocare in trasferta, per sbancare il campo avversario ed è stato eccitante andare a vincere in Estonia; in rimonta, di carattere. Di Napoli, oltre al pubblico al palazzo, mi ricordo quando siamo andati a inaugurare il campetto dedicato a Kobe: c’era il finimondo, si è visto l’amore che c’è a Napoli per il basket, cosa che non mi aspettavo”.

Com’è stato l’approccio a Cremona con veterani come Diener e Ruzzier?
“Non è stato facilissimo all’inizio perché venivo dall’A2, anche se avevo fatto bene. Dovevo trovare il mio ruolo in squadra e la mia identità nella categoria. Ruz lo conoscevo già dalle nazionali sperimentali e lui stesso era molto contento che fossi arrivato alla Vanoli. Diener super, in campo e fuori. In campo ti sprona a fare di più, a tenere gli standard alti: con me lui si arrabbiava molto quando non prendevo i miei tiri, voleva più intraprendenza e lo stesso Ruzzier, loro sono come la stessa persona in pratica (ride, ndr)”.

Club Italia?
“E’ un’idea innovativa. Se una società ha una certa stabilità può farlo, potrebbe rivelarsi davvero vincente e rivoluzionario. E Cremona potrebbe sostenere un progetto del genere. Io mi fido della società perché si è dimostrata super affidabile e secondo me non avranno problemi a trovare giocatori per questo Club Italia. Ovvio, devi cercare quelli giusti, che hanno ambizione e che vogliano mostrarsi anche per la Nazionale”.

Ci sono due filoni discordanti su questo argomento: chi dice che tanti americani danno all’italiano lo stimolo in più, chi che in A2 ci sono italiani migliori di tanti americani in A.
“Dalla mia esperienza in A2 posso dire che ci sono giocatori emergenti in A2 che possono essere pronti per la Serie A. A me personalmente non importa chi ci sia davanti, se americano, canadese o italiano, io mi voglio giocare il posto, i minuti, quindi non c’è qualcosa che mi dà una motivazione in più. Ci sono tanti giocatori che vorrebbero essere al mio posto, non solo italiani, quindi io devo lottare per quello a prescindere dalla nazionalità dei compagni. Poi magari dico così perché avendo giocato negli stati Uniti sono abituato ad avere gli americani davanti (ride, ndr) e a confrontarmi con loro”.

L’esperienza al college, quanto ti ha cambiato?
“Tantissimo come persona prima di tutto, come giocatore e come studente. Sono riuscito a laurearmi e questo è stato il primo importante passo. Come persona perché vivere in un altro continente ti responsabilizza. Qui sono dovuto ripartire da zero perché nessuno mi conosceva, in America qualcuno mi conosceva e vivere li è diverso, lo stile di vita è diverso; anche solo guardarti intorno ti cambia il modo di pensare, perché è tutto enorme rispetto a qui. Cestisticamente sono cresciuto perché ho avuto fortuna di giocare in un bel college, competitivo, con cui siamo arrivati due volte al torneo nazionale NCAA, e poi il modo di allenarti è perfetto per migliorare tecnicamente”.

E’ vero che li ti senti estremamente viziato?
“Si, e quando torni qui tutto sparisce. E’ un bene perché il college ti crea una struttura attorno dove tu devi solo giocare, non devi neanche pensare che classe da fare, devi solo studiare e giocare. Questo ti aiuta a performare meglio in campo, ma dall’altra parte quando esci molta gente non sa che mondo c’è fuori perché non è abituata. Li hai tutto pronto e preparato, quando lasci il college rischi di perderti e molti non hanno una base per vivere e arrangiarsi da soli, questo diventa un problema in certi casi. Sta al giocatore capire che deve essere più autonomo per vivere al di fuori del college. Quella non è vita vera, è un sogno, un parco giochi”.

Giocatore che ti ha impressionato di più negli USA?
“Molti non se l’aspettano ma è DeAndre Bembry, ha giocato a St. Joseph con Oliva e ora è agli Atlanta Hawks; draftato al primo giro nonostante sia una giocatore ‘vecchio’. Veramente forte. Ha avuto un infortunio che l’ha frenato ma è impressionante. Non velocissimo, non super atletico ma un IQ pazzesco. Ho avuto la fortuna di incrociare anche Trae Young, Marvin Bagley, Jordan Bell, tutti ora in NBA”.

In cosa devi crescere tecnicamente?
“Il palleggio principalmente, ball handling, per portare su palla e rendermi pericoloso dal palleggio. Ho imparato molto da Happ quest’anno, giocatore alto ma con un controllo di palla pazzesco. Questo lo fa essere meglio degli altri”.

Ti senti più un 3 (ala piccola) o un 4 (ala forte)?
“Mi sento un po’ 3 e un po’ 4. A livello giovanile sono cresciuto come un 3 naturale. A livello senior, dal college in poi, mi è stato richiesto di giocare più da 4. Era il periodo della nascita dello slam ball, non c’era più il lungo vero e il 3 e il 4 sono diventati quasi intercambiabili. Per avere più valore salendo di livello vorrei giocare anche più da 3, ma devo migliorare il feeling in quella posizione quindi oltre al palleggio attaccare il canestro da fuori area, marcare giocatori diversi. Leggermente, ma la senti la differenza: ora il 3 è praticamente una guardia”.

Avversario più sorprendente quest’anno?
“Dwayne Evans di Sassari, un bel torello. Loro hanno uno stile di gioco diverso dagli altri, iniziando sempre l’azione dando la palla dentro a Bilan. Non sono abituato a continuare a marcare gente in post basso e con lui è stata molto dura. Giocatore forte e molto fisico, non lo conoscevo e mi ha fatto soffrire molto”.

Prossimo sogno?
“Il vero sogno è giocare l’Eurolega, magari passando prima dal disputare un’altra coppa come Eurocup o Champions League. Poi vincere lo scudetto e vincere una medaglia con la Nazionale, quello è un sogno soprattutto perché è tanto che l’Italia non vince qualcosa. Abbiamo avuto tanti talenti ma con tanta sfortuna, perché la qualità c’era”.

Cosa pensi del nuovo corso della Nazionale?
“Sarebbe un onore farne parte. Ci sono tanti talenti, che vogliono emergere, che vogliono indossare la maglia della Nazionale e questo è un bel valore aggiunto. E’ stato bello quando ci siamo trovati per le qualificazioni. Ci sono giocatori futuribili in America come Mannion e Banchero e poi Spagnolo, che è molto avanti per la sua età e bisogna valorizzarlo perché così pronti ce ne sono pochi. Bene che giochi al Real Madrid in una cantera super, è nel posto giusto per crescere”.

Fonte: Basket dalla media.

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